Il paradosso del fare: quando l'impegno non basta per essere soddisfatti.
La frenesia del fare e l’illusione della felicità
Nel vortice incessante della vita moderna, siamo costantemente spinti a "fare": fare carriera, fare progetti, fare soldi, fare sport, fare famiglia, fare esperienze. L'idea che il successo e la felicità siano direttamente proporzionali all'ammontare del nostro impegno è un mantra che ci viene inculcato fin dalla tenera età. Ci si aspetta che, più ci dedichiamo a un obiettivo, più saremo ricompensati, non solo materialmente, ma anche a livello di soddisfazione personale. E così, ci lanciamo a capofitto in un'esistenza frenetica, riempiendo ogni minuto della nostra giornata con attività, impegni e responsabilità. Ci auto-imponiamo standard elevatissimi, spesso irrealistici, e ci sentiamo in colpa se non siamo costantemente produttivi, se non raggiungiamo gli obiettivi che ci siamo prefissati o che la società si aspetta da noi. Questa mentalità del "più fai, più sei" ci porta a una corsa senza fine, dove il riposo è visto come una perdita di tempo, la riflessione come un lusso inaccessibile e l'ozio quasi come un peccato. Abbiamo paura di fermarci, di allentare la presa, perché temiamo di perdere terreno, di non essere all'altezza, di deludere le aspettative altrui o, peggio ancora, le nostre. E così, anche quando il corpo ci chiede una pausa, la mente ci spinge a proseguire, a non mollare, a superare i nostri limiti, spesso ignorando i segnali di disagio che emergono dalla nostra interiorità.
Il paradosso dell’impegno senza felicità
Tuttavia, esiste un paradosso sorprendente che molte persone, pur avendo una vita apparentemente ricca di successi e impegni, si trovano a vivere: quello di sentirsi impegnate, produttive, quasi sovraccariche di cose da fare, eppure intrinsecamente infelici. Questo non è un errore, né un segno di debolezza. È una condizione sorprendentemente comune, e per certi versi, quasi inevitabile in una cultura che valorizza l'azione esteriore a dispetto della consapevolezza interiore. La società ci ha addestrato a misurare il nostro valore in base ai nostri risultati tangibili, ai nostri successi visibili, alla quantità di cose che riusciamo a portare a termine. Ma nessuno, o quasi nessuno, ci ha mai insegnato a sintonizzarci con la nostra bussola interna, a riconoscere i sussurri e i segnali che il nostro corpo e la nostra anima ci inviano. Ci manca una vera e propria educazione all'ascolto di sé, una disciplina che ci permetta di decifrare le nostre emozioni, di comprendere le nostre vere esigenze e di riconoscere i nostri limiti. Siamo bravi a pianificare, a eseguire, a ottimizzare processi esterni, ma spesso siamo analfabeti emotivi quando si tratta della nostra mente. Ci affidiamo a metriche esterne di successo, ma trascuriamo il barometro interno della nostra felicità. Il risultato è una disconnessione profonda tra il nostro "fare" e il nostro "essere", tra l'immagine che proiettiamo all'esterno e la realtà che viviamo dentro di noi.
Il valore di fermarsi e rallentare
Quando si presenta quella sensazione inquietante che "qualcosa non torna", quell'ombra di insoddisfazione che si insinua nonostante l'impegno profuso, è un segnale cruciale che non dovrebbe essere ignorato. Questa sensazione non è un fallimento, ma un campanello d'allarme, un invito urgente a fermarsi e a ricalibrare la rotta. Nella nostra società che esalta la velocità e l'efficienza, fermarsi può sembrare controintuitivo, quasi un atto di ribellione. Eppure, è proprio in questo rallentamento che risiede la chiave per ritrovare l'equilibrio. Rallentare non significa smettere di fare, ma piuttosto ridurre il ritmo, concedersi uno spazio di quiete, un momento di sospensione dal turbine degli impegni. È in questo spazio che possiamo iniziare a sentire, a percepire, a discernere ciò che prima era soffocato dal rumore di fondo della nostra vita frenetica. Questo è il primo passo per un vero e proprio "check-in" interiore, un'indagine profonda e onesta del proprio stato d'animo. Si tratta di un processo di auto-osservazione che richiede coraggio, perché implica confrontarsi con le proprie vulnerabilità, le proprie paure e le proprie insoddisfazioni.
L’importanza di chiedersi “Come sto davvero?”
Il passo successivo, e forse il più importante, è porsi la domanda fondamentale: "come sto davvero?". Questa non è una domanda superficiale da liquidare con un rapido "tutto bene". Richiede una risposta autentica, non filtrata dalle aspettative esterne o dalla necessità di apparire forti e resilienti. È una domanda che deve essere posta senza giudizio, senza condanna per le risposte che emergono. Spesso, siamo i nostri critici più severi, e la paura di ciò che potremmo scoprire dentro di noi ci impedisce di affrontare la verità. Potremmo scoprire stanchezza cronica, insoddisfazione latente, un senso di vuoto, o la realizzazione che stiamo vivendo una vita che non rispecchia i nostri veri valori. Il giudizio interno è un ostacolo potente all'auto-ascolto autentico; se ci condanniamo per sentirci in un certo modo, automaticamente chiudiamo le porte alla comprensione. È essenziale adottare un atteggiamento di gentilezza e compassione verso sé stessi, riconoscendo che ogni emozione, ogni sensazione, ha una sua ragione d'essere e merita di essere accolta senza filtri. Solo così possiamo accedere a una verità più profonda, a quella consapevolezza che ci permette di distinguere tra ciò che "dovremmo" fare e ciò che "vogliamo" e "abbiamo bisogno" di fare per il nostro benessere. Questa indagine onesta è il punto di partenza per qualsiasi processo di crescita personale e di riorientamento della propria vita.
Ricominciare da sé: il cammino verso una felicità autentica
È proprio da questa onesta e compassionevole introspezione che si può ricominciare. Non si tratta di un punto di arrivo, ma di un nuovo inizio, una ripartenza da fondamenta più solide, basate sulla consapevolezza di sé. Quando si riconosce e si accetta il proprio stato emotivo e mentale attuale, anche se difficile, si apre la porta a un processo di cambiamento autentico e sostenibile. Questo processo può significare riorganizzare le proprie priorità, delegare alcune responsabilità, imparare a dire di no, o anche intraprendere un percorso di coaching o per esplorare più a fondo le cause della propria insoddisfazione. Rimettersi in carreggiata significa imparare a onorare i propri bisogni, a stabilire confini sani e a vivere in allineamento con i propri valori più profondi. Significa smettere di rincorrere una felicità illusoria dettata dalle aspettative esterne e iniziare a coltivarne una che nasce dall'interno, una felicità che è autentica e duratura perché radicata nella conoscenza di sé. Questo percorso non è sempre facile, richiede disciplina, resilienza e la volontà di mettersi in discussione. Ma è un percorso che conduce a una vita più piena, più significativa e, soprattutto, più felice, dove l'impegno non è più un fardello, ma un'espressione consapevole del proprio essere. In definitiva, la vera felicità non si trova nell'accumulo di "fare", ma nella qualità del nostro "essere" e nella capacità di ascoltare e rispondere alle esigenze della nostro vissuto interiore.
Ezio Dau


