Apprendisti per sempre: il viaggio infinito della crescita personale e professionale.

Ezio Dau

Il valore dell’apprendimento continuo: mai sentirsi arrivati

"Siamo tutti apprendisti in un mestiere dove non si diventa mai maestri." Questa frase, apparentemente semplice, racchiude una verità profonda e spesso sottovalutata sulla natura stessa della crescita umana. La crescita personale e professionale non è un traguardo da raggiungere una volta per tutte, ma un percorso senza fine, un viaggio in cui ogni giorno si può imparare qualcosa di nuovo e sorprendente. In qualsiasi ambito della vita, la tentazione di sentirsi "arrivati" può essere molto forte, soprattutto quando si accumulano anni di esperienza e competenze consolidate nel tempo. Tuttavia, considerarsi già al culmine delle proprie capacità rischia di diventare una gabbia dorata che limita la nostra evoluzione e la nostra capacità di adattarci ai cambiamenti sempre più rapidi del mondo contemporaneo. Essere apprendisti significa mantenere viva la curiosità, la voglia di mettersi in discussione, di sfidare le proprie certezze e di scoprire nuovi modi di fare, anche quando si pensa di sapere tutto. È un atteggiamento che non solo arricchisce le competenze tecniche, ma rende anche il lavoro più stimolante, gratificante e significativo. La vera maestria, infatti, non è un punto di arrivo statico, ma un continuo divenire, una ricerca costante che ci spinge a migliorare e a reinventarci di fronte alle sfide inaspettate. Solo chi accetta di essere apprendista ogni giorno può davvero offrire il meglio di sé, sia nel lavoro che nella vita privata, costruendo una carriera e un'esistenza ricche di senso e di autenticità.


La sfida di uscire dalla zona di comfort

Proporre un cambiamento, come la partecipazione ad eventi di formazione interna o l'adozione di nuove metodologie, spesso suscita dubbi, perplessità e scetticismo. Questo è un fenomeno naturale e universale, profondamente radicato nella nostra natura umana e nelle strutture biologiche del nostro cervello. La zona di comfort rappresenta uno spazio sicuro, conosciuto e prevedibile, dove ci sentiamo competenti, protetti e in controllo della situazione. Uscirne significa affrontare l'incertezza, il rischio di fallire, la possibilità di non essere all'altezza delle aspettative e di dover ricominciare da zero in certi aspetti. Nel corso di un recente webinar di presentazione di un nuovo progetto formativo, ho potuto osservare proprio questa dinamica affascinante e complessa: mentre alcuni formatori hanno accolto con entusiasmo e interesse l'opportunità di migliorarsi e di acquisire nuove competenze, altri hanno mostrato una chiara resistenza, esitando a cambiare le proprie abitudini consolidate nel corso degli anni. Questa resistenza non va giudicata con severità o disdegno, ma compresa e accettata come parte naturale del processo di cambiamento umano. È un passaggio fondamentale nel processo di crescita personale e organizzativa, perché il cambiamento richiede tempo, fiducia reciproca e motivazione intrinseca genuina. Spesso, dietro il rifiuto di nuove proposte si nasconde la paura ancestrale di perdere ciò che si è faticosamente costruito, o la convinzione radicata di non aver bisogno di altro per eccellere. Per questo è importante creare occasioni strutturate di confronto e dialogo autentico, dove ognuno possa sentirsi veramente ascoltato e valorizzato nelle proprie preoccupazioni, e dove la formazione non sia vista come un obbligo imposto dall'alto, ma come un'opportunità sincera di crescita, di arricchimento personale e di sviluppo collettivo della comunità professionale.


Il valore del dissenso e il rischio del pregiudizio

Il dissenso è una componente essenziale di ogni ambiente veramente sano, dinamico e innovativo. Esprimere opinioni diverse, mettere in discussione idee preconcette e proposte consolidate, stimolare il confronto costruttivo sono elementi fondamentali che favoriscono l'innovazione, il miglioramento continuo e l'evoluzione organizzativa. Tuttavia, il dissenso deve essere espresso in modo costruttivo, intelligente e profondamente rispettoso della dignità altrui, altrimenti rischia di diventare un ostacolo dannoso per il clima aziendale e per la crescita collettiva. Durante il webinar sopra citato, un episodio ha colpito particolarmente la mia attenzione e mi ha fatto riflettere profondamente: una formatrice ha manifestato un dissenso plateale e poco professionale, rifiutando sistematicamente qualsiasi nuova proposta presentata e, cosa più grave e preoccupante, denigrando pubblicamente il lavoro di un collega che stava presentando sinceramente la sua progettualità in un altro ambito di specializzazione. Questo atteggiamento negativo non solo danneggia emotivamente e professionalmente chi propone nuove idee innovative, ma soprattutto chi lo adotta e mantiene, perché si chiude progressivamente in una visione statica, limitante e auto-sabotante della propria professionalità. Denigrare il lavoro altrui per difendere rigidamente la propria posizione è un segnale palese di insicurezza profonda e di chiusura mentale nei confronti del nuovo e dell'ignoto. È fondamentale imparare a distinguere chiaramente tra critica costruttiva, che apre a nuove prospettive, stimola il miglioramento reciproco e arricchisce il dialogo, e pregiudizio settario, che invece blocca il dialogo, frena la crescita e inquina l'ambiente relazionale. In un contesto professionale, soprattutto in ambiti dinamici e in continua evoluzione come quello della formazione e dell'educazione, è fondamentale e imprescindibile coltivare attivamente un clima di rispetto reciproco profondo e di genuina apertura verso le diverse prospettive, dove il dissenso diventa un'occasione preziosa di confronto costruttivo e di arricchimento, non di conflitto sterile e distruttivo.


La compassione verso chi si sente "arrivato"

Di fronte a chi pensa di aver raggiunto il culmine definitivo delle proprie capacità e competenze, provo un sentimento sincero e consapevole di compassione umana e professionale. Come può una persona godersi pienamente il proprio lavoro, il rapporto autentico con gli allievi e la quotidianità professionale se non è disposta, con umiltà e apertura mentale, a imparare continuamente anche da loro e dalle loro esperienze di vita? L'idea di essere definitivamente "arrivati" è un'illusione pericolosa e ammaliante che può portare gradualmente a stagnazione intellettuale, insoddisfazione professionale e svuotamento emotivo. La vera crescita e la vera realizzazione nascono dalla consapevolezza matura e consapevole che c'è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, da migliorare, da sperimentare con coraggio e curiosità. Il momento più triste di un viaggio, sia metaforico che reale, è proprio la sua fine, quando si esaurisce la scoperta, la meraviglia si affievolisce e si smette di esplorare gli orizzonti affascinanti. Invece, mantenere viva costantemente la curiosità genuina e il desiderio sincero di apprendere è una forma profonda di rispetto verso sé stessi, verso il proprio potenziale inesauribile e verso chi ci sta intorno con le proprie ricchezze umane. È un modo concreto per rinnovare ogni giorno la passione, l'entusiasmo e l'energia per ciò che facciamo e per mantenere vivi i rapporti umani significativi, che sono la vera e autentica ricchezza di ogni professione e di ogni vita. Chi si chiude progressivamente in una visione statica, rigida e autoreferenziale rischia di perdere non solo competenze tecniche e metodologiche, ma anche la preziosa capacità di emozionarsi, di stupirsi e di trasmettere entusiasmo contagioso agli altri.



Essere apprendisti nella vita quotidiana

Essere apprendisti non riguarda esclusivamente il lavoro e le competenze professionali, ma coinvolge anche le relazioni interpersonali, la vita familiare e la quotidianità di tutti i giorni in ogni sua sfumatura. È un atteggiamento fondamentale che ci invita a non smettere mai di scoprire nuove dimensioni di noi stessi, di ascoltare veramente gli altri con empatia genuina, di metterci continuamente in gioco con vulnerabilità consapevole e autenticità. La curiosità è un grande pregio innato che ci spinge a esplorare nuovi orizzonti culturali e personali, a confrontarci apertamente con idee diverse dalle nostre, a migliorare costantemente la qualità della nostra vita e dei nostri rapporti. Coltivare questa mentalità di apprendista significa vivere con pienezza, consapevolezza e autenticità, trasformando ogni esperienza, anche quella difficile, in un'occasione preziosa di sviluppo personale e di acquisizione di saggezza. Collezionare esperienze significative e sentirsi apprendisti ogni giorno è anche un modo straordinario per affrontare le sfide della vita con maggiore resilienza emotiva, creatività innovativa e flessibilità mentale. Quando accettiamo profondamente di non sapere tutto, di avere limiti e lacune, diventiamo più flessibili, aperti e ricettivi al cambiamento, qualità indispensabili e preziose in un mondo in continua evoluzione e trasformazione. Questo atteggiamento umile e consapevole ci permette di costruire relazioni più profonde, significative e autentiche, basate sull'ascolto veramente empatico e sul rispetto reciproco incondizionato. In conclusione, vi esorto sinceramente a essere apprendisti anche voi, nel lavoro, nelle relazioni personali e nella vita di tutti i giorni. Non smettete mai di imparare, di scoprire, di crescere e di reinventarvi. Solo così potrete vivere un viaggio ricco di emozioni genuine, di soddisfazioni profonde e di autentica realizzazione personale e umana.


Ezio Dau

Autore: Ezio Dau 24 luglio 2026
Navigare nell’incertezza: il mito del controllo La vita, proprio come il mare aperto, è intrinsecamente imprevedibile. Anche con i piani più accurati, le variabili in gioco sono infinite e spesso sfuggono completamente alla nostra capacità di previsione. L’essere umano, tuttavia, ha una naturale inclinazione al controllo: desidera sicurezza, stabilità, prevedibilità. È un bisogno comprensibile, soprattutto in contesti complessi come quelli organizzativi, sportivi o educativi, dove la pressione per ottenere risultati può essere elevata e le conseguenze degli errori percepite come significative. Pianificare, analizzare, prevenire: tutte queste azioni hanno un valore importante e rappresentano competenze fondamentali. Eppure, quando il controllo diventa un fine in sé, rischia di trasformarsi in una trappola cognitiva ed emotiva. Questa tensione verso il controllo totale è, in fondo, un’illusione. Come suggerisce la metafora della navigazione, non possiamo governare l’oceano, né fermare il vento o evitare ogni tempesta. Possiamo però imparare a governare la nostra imbarcazione, a leggere i segnali, a regolare le vele, a scegliere come rispondere agli eventi. Michel de Montaigne lo esprime con chiarezza: “Nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa a quale porto approdare”. Questa affermazione ribalta il paradigma: il problema non è l’instabilità del contesto, ma l’assenza di direzione. Nel coaching contemporaneo, e in particolare nell’approccio dialogico di terza generazione, questo principio assume un valore centrale. Non si tratta di eliminare l’incertezza, ma di sviluppare una relazione più consapevole con essa, imparando a stare dentro la complessità senza esserne sopraffatti. L’attenzione si sposta dall’ambiente esterno, incontrollabile, alla dimensione interna, dove risiedono valori, intenzioni e significati. È qui che si gioca la vera partita: non nel tentativo di dominare il contesto, ma nella capacità di orientarsi al suo interno. Sicurezza o vitalità? Il paradosso dell’inseguimento della stabilità Proviamo ad introdurre un’idea provocatoria: il desiderio di sicurezza e il senso di insicurezza sono, in realtà, due facce della stessa medaglia. Più cerchiamo di trattenere il respiro, più rischiamo di perderlo. Questa immagine è potente, perché evidenzia come la ricerca ossessiva della stabilità possa trasformarsi in una forma di rigidità paralizzante. Più tentiamo di evitare l’incertezza, più diventiamo sensibili ad essa, più ne amplifichiamo la percezione. Nella vita quotidiana, questo si traduce spesso in comportamenti difensivi: evitare il rischio, restare nella zona di comfort, rimandare decisioni difficili, cercare conferme continue. Nei contesti sportivi o organizzativi, può emergere come paura del cambiamento, resistenza all’innovazione, eccessiva focalizzazione sul risultato immediato a scapito dello sviluppo a lungo termine o incapacità di tollerare l’errore come parte del processo. Ma una vita costruita esclusivamente sulla sicurezza è una vita impoverita. È una vita che riduce il movimento, limita l’apprendimento e soffoca la creatività. È una vita che, nel tentativo di eliminare il rischio, elimina anche molte delle condizioni che rendono l’esperienza umana significativa. Paradossalmente, nel tentativo di proteggerci, finiamo per esporci a una forma più sottile ma più profonda di insoddisfazione, fatta di stagnazione e perdita di senso. Lo scopo interviene proprio qui, come elemento trasformativo. Quando una persona è guidata da uno scopo significativo, la sicurezza perde centralità. Non perché diventi irrilevante, ma perché viene integrata in una visione più ampia. Il rischio diventa accettabile, l’incertezza diventa parte del percorso, e la difficoltà si trasforma in opportunità di crescita. In questo passaggio, la persona non rinuncia alla stabilità, ma smette di idolatrarla, recuperando spazio per la vitalità. Lo scopo come bussola interiore Senza uno scopo chiaro, la vita tende a frammentarsi in una serie di reazioni agli eventi. Si naviga “a vista”, rispondendo alle urgenze del momento senza una direzione coerente. Frasi come “voglio essere felice”, “voglio arrivare a fine giornata”, “voglio evitare che tutto crolli” diventano obiettivi generici, difficili da concretizzare e ancora più difficili da sostenere nel tempo, perché privi di radicamento nei valori personali. Lo scopo, invece, offre una struttura interpretativa. Non elimina le difficoltà, ma le colloca all’interno di un quadro di senso più ampio, rendendole comprensibili e, in molti casi, sostenibili. Quando una persona conosce i propri valori e ciò che conta davvero, sviluppa la capacità di distinguere tra ciò che è urgente e ciò che è importante, tra ciò che richiede una risposta immediata e ciò che merita un investimento nel tempo. Questo è un passaggio cruciale anche nei percorsi di coaching: aiutare il coachee a riconoscere quando le proprie reazioni sono allineate o disallineate con i propri valori, e a esplorare le implicazioni di queste scelte. In termini pratici, lo scopo agisce come una bussola. Non indica ogni dettaglio del percorso, non elimina gli ostacoli, ma orienta la direzione e sostiene la coerenza delle azioni. Permette di prendere decisioni più consapevoli, di affrontare le difficoltà con maggiore resilienza e di mantenere l’impegno anche quando il cammino diventa impegnativo o incerto. Un esempio concreto può essere quello di un atleta che attraversa un periodo di infortunio. Senza uno scopo chiaro, l’esperienza può essere vissuta come una frustrazione sterile, una sospensione forzata del proprio valore. Con uno scopo, ad esempio diventare un punto di riferimento per i compagni, sviluppare una maggiore consapevolezza del proprio corpo o rafforzare competenze mentali, l’infortunio diventa parte integrante del percorso di crescita, trasformandosi da ostacolo a opportunità. Dallo scopo alla comunità: il senso di appartenenza Uno degli aspetti più interessanti dello scopo è la sua capacità di andare oltre l’individuo. Quando una persona è orientata da un proposito autentico, tende naturalmente a connettersi con altri che condividono valori simili, generando legami che non sono soltanto funzionali, ma anche significativi. Questo crea comunità, non semplicemente gruppi. C’è una differenza sostanziale tra relazioni basate sul piacere o sull’utilità immediata e relazioni basate sul significato. Le prime possono essere gratificanti, ma spesso sono fragili, contingenti e facilmente sostituibili. Le seconde, invece, costruiscono un senso di appartenenza più profondo e duraturo, capace di resistere anche nelle fasi di difficoltà. Nel contesto delle organizzazioni sportive, questo è particolarmente evidente. Una squadra può essere un insieme di individui che condividono un obiettivo di performance, oppure può diventare una comunità coesa, unita da valori, da una visione comune e da un senso condiviso di responsabilità. Nel secondo caso, la motivazione è più stabile, la collaborazione più autentica e la resilienza collettiva più elevata. I conflitti, quando emergono, vengono affrontati come opportunità di crescita e non come minacce all’equilibrio. Lo scopo, quindi, non è solo una guida individuale, ma un collante sociale. Permette di costruire relazioni significative, di affrontare insieme le difficoltà e di mantenere un senso di direzione condiviso anche nei momenti di incertezza. Questo aspetto è centrale nei modelli di coaching di terza generazione, dove l’identità non è vista come qualcosa di isolato e statico, ma come qualcosa che si costruisce e si trasforma attraverso il dialogo e la relazione. Lo scopo emerge, si rafforza e si ridefinisce proprio all’interno di queste dinamiche relazionali, diventando un processo vivo e in continua evoluzione.  Dove si trova davvero la felicità? La domanda sulla felicità è antica quanto l’umanità stessa e continua a interrogare discipline diverse, dalla filosofia alla psicologia, fino alle scienze dell’organizzazione. Spesso viene concepita come una meta: qualcosa che si raggiungerà una volta superate le difficoltà, raggiunti gli obiettivi o ottenuta la stabilità desiderata. Ma questa visione rischia di essere fuorviante, perché sposta costantemente la felicità nel futuro, rendendola dipendente da condizioni che potrebbero non realizzarsi mai completamente. Alcuni autori suggeriscono che la nostra storia è fatta di ideali mai completamente realizzati, ma costantemente perseguiti. Questo implica che il valore non risiede tanto nel raggiungimento definitivo, quanto nel processo stesso, nel movimento verso qualcosa che consideriamo significativo. Ecco allora che la felicità cambia natura. Non è più un punto di arrivo, ma una qualità dell’esperienza vissuta nel presente. Non si trova necessariamente nei momenti di comfort o di assenza di problemi, ma spesso emerge proprio ai confini della nostra zona di sicurezza, quando affrontiamo una sfida, quando accettiamo il rischio, quando ci mettiamo in gioco in modo autentico. Evitare la difficoltà significa, in un certo senso, evitare una parte essenziale della vita. Vivere pienamente implica accettare il rischio, l’incertezza e anche l’insuccesso come componenti inevitabili del percorso. Significa spingersi verso il proprio limite, non per dimostrare qualcosa agli altri, ma per esplorare le proprie possibilità e costruire significato. In questo senso, la felicità non è separata dallo scopo. È una sua conseguenza naturale, una qualità emergente che si manifesta lungo il viaggio, nelle relazioni costruite, nelle sfide affrontate, nei significati scoperti. È parte dell’equipaggio, non il porto finale. Per chi opera nel coaching, nella formazione o nella gestione delle organizzazioni, questa prospettiva offre una chiave potente: non si tratta di “rendere le persone felici” in modo diretto, ma di aiutarle a trovare e vivere uno scopo che renda la loro esperienza significativa. La felicità, in molti casi, seguirà come esito, non come obiettivo. Ezio Dau
Autore: Ezio Dau 21 luglio 2026
Una confusione diffusa che costa opportunità Nel mondo delle risorse umane e dello sviluppo organizzativo, pochi temi generano tanta confusione quanto la distinzione tra Team Coaching e Group Coaching. Si tratta di una differenza apparentemente sottile, ma che in realtà ha implicazioni profonde sulla qualità degli interventi, sull’efficacia dei percorsi di sviluppo e, in ultima analisi, sui risultati di business. Molti HR Director e professionisti della formazione tendono a utilizzare questi due approcci in modo intercambiabile oppure scelgono l’uno o l’altro sulla base di criteri prevalentemente economici o organizzativi. Tuttavia, una scelta non consapevole può portare a perdere un’opportunità fondamentale, cioè quella di applicare il metodo più adeguato al contesto specifico. La distinzione non è soltanto terminologica, ma riguarda la natura del cliente, il tipo di obiettivi perseguiti, il livello di interdipendenza tra i partecipanti e l’impatto che si intende generare. Comprendere davvero questa differenza significa migliorare in modo significativo la qualità delle decisioni progettuali in ambito formativo e organizzativo. In un contesto sempre più complesso, in cui collaborazione, adattabilità e apprendimento continuo sono diventati elementi centrali, la capacità di scegliere consapevolmente tra Team Coaching e Group Coaching rappresenta una competenza strategica per chi si occupa di sviluppo delle persone e delle organizzazioni. Team Coaching: lavorare sul sistema squadra Il Team Coaching può essere definito come l’arte di facilitare e allo stesso tempo sfidare un team reale affinché riesca a massimizzare le proprie performance e il proprio benessere, mettendoli al servizio di obiettivi organizzativi significativi. Il punto chiave è proprio il concetto di team reale. Riprendendo la definizione di Katzenbach e Smith, un team è un piccolo gruppo di persone con competenze complementari che condividono uno scopo comune, obiettivi di performance e un approccio operativo, sentendosi reciprocamente responsabili dei risultati. Questo elemento della responsabilità condivisa introduce il tema dell’interdipendenza, che rappresenta il cuore del Team Coaching. In questo tipo di intervento, il cliente non è il singolo individuo, ma il team nel suo insieme, inteso come sistema complesso. Il lavoro coinvolge il team leader e tutti i membri, e si concentra su come il gruppo funziona nella sua totalità, andando oltre le prestazioni individuali per osservare dinamiche relazionali, processi decisionali, modalità comunicative e gestione degli stakeholder. Molto spesso i team non raggiungono livelli elevati di performance non per carenze tecniche, ma per difficoltà sistemiche. Può accadere che gli obiettivi siano poco chiari o non sufficientemente allineati alla strategia dell’organizzazione, oppure che i processi decisionali risultino inefficaci o superati. In altri casi emergono problemi nella comunicazione, nella gestione dei confronti o nella costruzione di routine di lavoro condivise. Ancora più frequentemente si riscontra una carenza di fiducia, che rende difficili le conversazioni complesse e genera un clima caratterizzato da tensione, stress o disagio. Il Team Coach interviene proprio su questi aspetti, accompagnando il team nello sviluppo di una maggiore consapevolezza dei propri schemi di funzionamento e stimolando i membri a utilizzare le proprie risorse per migliorare sia le relazioni sia le performance. Il suo ruolo non è quello di fornire soluzioni, ma di facilitare un processo evolutivo del sistema squadra. Group Coaching: apprendere insieme senza interdipendenza Il Group Coaching rappresenta un processo di facilitazione che valorizza le esperienze, le competenze e le prospettive di un gruppo di individui che possono anche non lavorare insieme. Ciò che accomuna i partecipanti non è un obiettivo operativo condiviso, ma un tema di sviluppo o una competenza che tutti desiderano approfondire. A differenza del Team Coaching, nel Group Coaching non esiste interdipendenza nei risultati. Ogni partecipante mantiene i propri obiettivi individuali, mentre il gruppo diventa uno spazio di apprendimento condiviso in cui le esperienze vengono portate, esplorate e rielaborate. Il valore del processo emerge dalla possibilità di confrontarsi con punti di vista diversi e di costruire nuove chiavi di lettura attraverso il dialogo. Questo approccio viene spesso utilizzato dalle organizzazioni come alternativa più sostenibile al coaching individuale, soprattutto quando si desidera raggiungere un numero elevato di persone mantenendo comunque un elevato livello di personalizzazione e profondità. È importante sottolineare che il Group Coaching si distingue nettamente dalla formazione tradizionale. Il coach non assume il ruolo di docente e non trasmette contenuti teorici in modo frontale. Al contrario, costruisce insieme al gruppo un contesto che favorisca il pensiero, la riflessione e l’apprendimento reciproco. In questo processo trovano spazio pratiche come il confronto su casi reali, il lavoro a coppie, la riflessione guidata e il dialogo tra pari, che consentono di trasformare l’esperienza in apprendimento significativo. In questa prospettiva, il Group Coaching si inserisce pienamente in un paradigma dialogico e costruttivista, in cui la conoscenza non viene trasferita ma co-costruita attraverso l’interazione. Quando usare l’uno o l’altro: criteri operativi La scelta tra Team Coaching e Group Coaching dovrebbe sempre partire da una chiara definizione dell’obiettivo dell’intervento. Quando l’intenzione è migliorare la performance collettiva di un team reale, il Team Coaching rappresenta l’approccio più efficace. Questo accade, ad esempio, quando un team ha bisogno di definire o ridefinire una visione condivisa, di allinearsi su una strategia, oppure di tradurre valori e mission in pratiche operative coerenti. È particolarmente utile anche nei momenti di cambiamento o di crisi, quando è necessario rafforzare il clima di fiducia, oppure quando entrano nuovi membri e diventa necessario rinegoziare il funzionamento del gruppo. Il Team Coaching risulta inoltre fondamentale quando emergono conflitti latenti che necessitano di essere portati alla luce e gestiti in modo costruttivo, oppure quando si devono affrontare iniziative complesse che richiedono un elevato livello di coordinamento e interdipendenza. Il Group Coaching, invece, è più adatto quando l’obiettivo riguarda lo sviluppo trasversale di competenze o mindset all’interno dell’organizzazione. Questo approccio è particolarmente efficace nel supportare cambiamenti culturali, nello sviluppare nuove competenze manageriali o nel consolidare apprendimenti acquisiti attraverso percorsi formativi più tradizionali. Inoltre, si rivela molto utile quando si vogliono mettere in connessione persone provenienti da contesti diversi ma accomunate da sfide simili, creando spazi di confronto e condivisione di pratiche. In questi casi, il valore non risiede nell’allineamento operativo, ma nella possibilità di apprendere dall’esperienza degli altri e di costruire nuove modalità di azione. Un esempio chiarisce bene la differenza. Se un’organizzazione desidera migliorare il funzionamento del proprio comitato direttivo, sarà opportuno intervenire con un percorso di Team Coaching. Se invece l’obiettivo è sviluppare le competenze di leadership di un gruppo di middle manager appartenenti a diverse funzioni, il Group Coaching rappresenterà la scelta più coerente. Il ruolo del coach e la qualità dell’intervento Un elemento spesso sottovalutato riguarda le competenze specifiche richieste al coach. Non è affatto scontato che un professionista esperto in Team Coaching sia altrettanto efficace nel Group Coaching, e viceversa. Le due pratiche richiedono infatti approcci, sensibilità e strumenti differenti. Nel Team Coaching è fondamentale la capacità di leggere il team come sistema, cogliendo dinamiche di potere, relazioni, ruoli e confini. Il coach deve saper intervenire su processi collettivi complessi, facilitando conversazioni che possono essere anche difficili ma necessarie per l’evoluzione del gruppo. Nel Group Coaching, invece, la competenza chiave riguarda la facilitazione dell’apprendimento tra pari. Il coach deve essere in grado di creare un ambiente sicuro e generativo, in cui le persone possano esprimersi liberamente, riflettere e apprendere dalle esperienze reciproche. Per questo motivo, è fondamentale che le funzioni HR valutino con attenzione il profilo del coach prima di avviare un intervento. Comprendere il suo approccio, le sue esperienze pregresse e il modo in cui differenzia Team Coaching e Group Coaching consente di evitare errori progettuali e di aumentare significativamente l’efficacia dell’intervento. Il successo di un percorso di coaching non dipende da un singolo fattore, ma dall’allineamento tra diversi elementi: il target a cui è rivolto, gli obiettivi che si intendono raggiungere, l’approccio metodologico adottato e le competenze del coach. Quando questi elementi sono coerenti, il coaching diventa uno strumento potente di trasformazione organizzativa; quando invece non lo sono, anche gli interventi più strutturati rischiano di non produrre i risultati attesi. Comprendere fino in fondo la differenza tra Team Coaching e Group Coaching non è quindi solo un esercizio teorico, ma una leva concreta per progettare interventi più efficaci, mirati e sostenibili nel tempo. Ezio Dau 
Autore: Ezio Dau 17 luglio 2026
Organizzazioni in affanno: stress diffuso e fragilità emotiva Il mondo del lavoro contemporaneo sta attraversando una fase critica, caratterizzata da un aumento significativo di stress, esaurimento psicofisico e disimpegno. Il report State of the Heart 2024 di Six Seconds offre una fotografia chiara e preoccupante: dopo la pandemia, non solo il benessere delle persone è peggiorato, ma si è registrato anche un calo delle competenze emotive nei contesti organizzativi. Questo dato è particolarmente rilevante, perché la capacità di comprendere e gestire le emozioni è una risorsa fondamentale per la collaborazione, la leadership e la gestione della complessità. Le organizzazioni si trovano oggi ad operare in ambienti sempre più instabili, veloci e competitivi. In questo scenario, le persone sono chiamate a sostenere ritmi elevati, spesso senza disporre di strumenti adeguati per gestire le proprie energie mentali ed emotive. Il risultato è un senso diffuso di sovraccarico, che si traduce in perdita di motivazione, calo della qualità del lavoro e aumento del turnover. Non si tratta solo di una questione individuale, ma di un fenomeno sistemico. Quando l’esaurimento diventa una condizione diffusa, l’intera organizzazione ne risente: diminuisce la capacità di innovare, si indeboliscono le relazioni e si crea un clima di sfiducia. In questo contesto, il ruolo della leadership diventa cruciale. Non basta più guidare verso obiettivi di performance: è necessario prendersi cura del “cuore” delle organizzazioni, ovvero delle persone e delle loro energie. Il tempo che accelera: complessità crescente e gestione delle energie Uno degli elementi più evidenti nel contesto attuale è l’accelerazione costante dei ritmi di lavoro. Responsabili e collaboratori percepiscono un senso di urgenza permanente, come se il tempo scorresse più velocemente rispetto al passato. Questa sensazione è legata alla crescente complessità dei mercati e alla competizione globale. Oggi le organizzazioni non competono più solo a livello locale o nazionale, ma su scala internazionale. A questo si aggiungono le continue innovazioni tecnologiche, le nuove modalità di comunicazione e la necessità di adattarsi rapidamente ai cambiamenti. In questo scenario, emerge una dinamica critica: per ottenere gli stessi risultati, è richiesto uno sforzo maggiore rispetto al passato. Questa pressione ha un impatto diretto sulla leadership. I responsabili si trovano spesso a gestire molteplici responsabilità, con il rischio di disperdere le proprie energie e perdere lucidità. L’idea di poter “fare tutto” diventa una trappola che porta a sovraccarico e inefficacia. La leadership sostenibile richiede quindi un cambio di prospettiva: non si tratta di fare di più, ma di utilizzare meglio le proprie risorse. La gestione delle energie diventa una competenza centrale. Significa saper riconoscere i propri limiti, creare spazi di recupero e sviluppare una maggiore consapevolezza rispetto a come si investono tempo ed energie. Un esempio concreto: un responsabile che prevede momenti di riflessione e pause rigenerative durante la settimana sarà più efficace nel lungo periodo rispetto a chi lavora in modo continuo senza interruzioni. La sostenibilità della leadership passa quindi dalla capacità di autoregolazione e presenza consapevole. Dare senso al lavoro: il motore dell’impegno e della responsabilità Un altro elemento fondamentale della leadership sostenibile è il significato attribuito al lavoro. Le persone non si limitano più a chiedersi “cosa devo fare?”, ma vogliono comprendere “perché lo faccio”. Quando questa dimensione manca, il lavoro perde valore e diventa un insieme di compiti da eseguire, spesso percepiti come imposti. In queste condizioni, i responsabili sono costretti a inseguire continuamente le attività, a sollecitare i collaboratori e a controllare i processi. Questo modello è intrinsecamente insostenibile, perché genera dipendenza e riduce l’autonomia delle persone. Al contrario, quando il senso del lavoro è chiaro e condiviso, si attiva un meccanismo completamente diverso. Le persone sviluppano un maggiore livello di responsabilità verso ciò che fanno, si sentono parte di un progetto più ampio e diventano protagoniste del proprio contributo. Questo aumenta non solo la produttività, ma anche la qualità delle relazioni e il coinvolgimento. Tuttavia, il significato non può essere ridotto a una dichiarazione formale. Deve essere autentico e integrato nelle pratiche quotidiane. Un’organizzazione che dichiara valori come collaborazione o sostenibilità, ma che poi agisce in modo incoerente, perde credibilità. Esperienze di trasformazione organizzativa mostrano che i valori diventano efficaci solo quando vengono tradotti in comportamenti concreti: nel modo di condurre le riunioni, nella gestione del tempo, nella capacità di ascoltare punti di vista diversi. Per un leader, questo significa lavorare non solo sulla comunicazione del senso, ma sulla sua applicazione quotidiana.  Oltre il profitto: nuovi criteri per valutare il successo Un aspetto spesso trascurato della leadership sostenibile riguarda il modo in cui viene definito il successo. Per lungo tempo, il criterio dominante è stato quello economico: il risultato finanziario come principale indicatore di efficacia. Questo approccio, però, ha contribuito a creare le condizioni di stress e sovraccarico che oggi osserviamo. La ricerca continua della performance ha portato a considerare persone e ambiente come risorse da sfruttare, piuttosto che come elementi da valorizzare e tutelare. Negli ultimi anni sta emergendo una visione diversa, che integra dimensioni economiche, sociali e ambientali. In questo modello, il successo non è più misurato solo in termini di risultati economici, ma anche in base all’impatto generato sulle persone, sulle relazioni e sul contesto. Alcuni leader hanno già intrapreso questa direzione, adottando scelte significative, come ridurre i propri benefici economici per sostenere collaboratori e fornitori nei momenti di difficoltà. Queste decisioni contribuiscono a ridefinire le priorità e a costruire un modello di leadership più equilibrato. Per le organizzazioni sportive e formative, questo tema è particolarmente rilevante. Significa, ad esempio, promuovere il benessere degli atleti, investire nella crescita delle persone e adottare pratiche gestionali etiche. Ridefinire il successo implica anche sviluppare nuovi indicatori, capaci di misurare il clima organizzativo, la qualità delle relazioni e il valore sociale generato. Decidere con consapevolezza: le tre prospettive della leadership sostenibile Per sostenere questo cambiamento, è utile adottare un approccio che aiuti i responsabili a prendere decisioni più consapevoli. Un modello efficace è quello delle tre prospettive, che permettono di leggere le situazioni in modo più completo. La prima prospettiva riguarda ciò che sta accadendo nel presente: osservare i fatti, i comportamenti e le dinamiche organizzative in modo chiaro e senza distorsioni. È una capacità che richiede attenzione e ascolto. La seconda prospettiva riguarda la comprensione delle cause: perché accade ciò che osserviamo? Qui entra in gioco la capacità di analizzare le motivazioni, i valori e le dinamiche culturali che influenzano i comportamenti. La terza prospettiva, spesso trascurata, riguarda le conseguenze future: quali effetti avranno le decisioni che stiamo per prendere? Questo livello invita a considerare l’impatto nel tempo, sulle persone, sull’organizzazione e sull’ambiente. Un esempio può chiarire questo approccio. Di fronte a un calo dei risultati, un responsabile potrebbe essere tentato di aumentare la pressione sul gruppo. Tuttavia, analizzando le cause, potrebbe emergere una mancanza di motivazione o di chiarezza. Considerando le conseguenze, si potrebbe prevedere che un aumento della pressione porterebbe a ulteriore stress ed esaurimento, peggiorando la situazione. La leadership sostenibile richiede quindi una visione integrata, capace di tenere insieme presente, significato e futuro. Non è un percorso semplice, ma rappresenta una risposta necessaria alle sfide del nostro tempo. Significa ripensare il modo in cui si guida, si lavora e si valutano i risultati, mettendo al centro le persone e la qualità delle relazioni. Ezio Dau