Le parole come pietre nello stagno: riflessioni sul potere e la responsabilità del linguaggio.

Ezio Dau

L'effetto delle parole: increspature imprevedibili

Quando getti una pietra in uno stagno, non hai alcun controllo sulle increspature che si propagano sulla superficie dell'acqua. Questa immagine, semplice ma profondamente evocativa, ci invita a riflettere sul potere delle parole che pronunciamo ogni giorno. Come quella pietra, ogni parola lanciata genera un effetto a catena che può raggiungere luoghi e persone inaspettate, creando onde che si allargano ben oltre il punto di partenza. Non possiamo prevedere con esattezza quali saranno le conseguenze di ciò che diciamo, né possiamo fermare le reazioni che ne derivano una volta che le parole hanno lasciato le nostre labbra o i nostri dispositivi digitali. Le parole sono azioni concrete: non si limitano a descrivere la realtà, ma la modificano attivamente, plasmandola e trasformandola. Possono costruire ponti di comprensione tra persone distanti, culture diverse, generazioni separate, oppure erigere muri di incomprensione apparentemente invalicabili. Possono incoraggiare chi sta attraversando un momento difficile, motivare chi ha perso la fiducia in sé stesso, confortare chi soffre in solitudine, ma anche ferire profondamente, umiliare pubblicamente e distruggere relazioni costruite in anni di paziente lavoro. Il loro potere è immenso e spesso sottovalutato nella frenesia della vita quotidiana. In un'epoca in cui la comunicazione è costante, immediata e onnipresente, sia attraverso i social media che nelle interazioni quotidiane faccia a faccia, è essenziale sviluppare una consapevolezza maggiore del peso che le parole hanno sulla vita degli altri e sulla nostra. Non si tratta solo di ciò che diciamo, ma anche di come lo diciamo, del tono che utilizziamo, del contesto in cui lo facciamo, del momento che scegliamo e delle persone che ascoltano, ciascuna con la propria sensibilità, il proprio vissuto, le proprie fragilità. Ogni parola porta con sé un carico emotivo che può variare enormemente a seconda di chi la riceve, rendendo la comunicazione un'arte complessa che richiede attenzione, empatia e responsabilità.


Le parole come armi di distruzione nel mondo del lavoro

Nel mondo del lavoro, che idealmente dovrebbe essere un luogo di crescita personale e professionale, collaborazione costruttiva e rispetto reciproco, purtroppo capita spesso che le parole vengano usate come armi affilate. Invece di costruire insieme progetti innovativi e relazioni solide, si distrugge sistematicamente: si denigra un avversario professionale, un competitor del mercato, o addirittura un collega della stessa squadra, con l'intento deliberato di screditarlo o metterlo in cattiva luce davanti a superiori, clienti o partner. Questa pratica, che potremmo definire tossica e controproducente, mina profondamente la fiducia e la coesione del gruppo, creando un clima di ostilità permanente, sospetto reciproco e tensione costante che avvelena l'ambiente lavorativo. Personalmente, ho sempre nutrito grande ammirazione per chi lavora con passione autentica e dedizione incondizionata, indipendentemente dal settore in cui opera o dal ruolo che ricopre nella gerarchia aziendale. Ho cercato attivamente di imparare da queste persone ispiratrici, non per un senso di inferiorità o inadeguatezza, ma per autentico rispetto verso l'impegno straordinario e la competenza eccellente che mettono quotidianamente nel loro lavoro. Questo atteggiamento di curiosità intellettuale e rispetto profondo è fondamentale per crescere professionalmente e umanamente, arricchendo il proprio bagaglio di esperienze e competenze. Tuttavia, mi rendo conto con dispiacere che spesso assistiamo a un uso improprio e dannoso delle parole, che diventano strumenti letali di attacco personale e non di dialogo costruttivo. Questa tendenza negativa non è solo dannosa per chi riceve le critiche ingiuste e gli attacchi immotivati, ma anche per chi le pronuncia: alimenta un circolo vizioso di negatività che si autoalimenta, impoverisce drammaticamente l'ambiente lavorativo, limita drasticamente le possibilità di collaborazione sincera e soffoca l'innovazione che nasce solo in contesti di fiducia e apertura. È importante dunque riflettere seriamente su come usiamo il linguaggio nel nostro contesto professionale quotidiano e cercare attivamente di promuovere una comunicazione più rispettosa, etica e costruttiva, che valorizzi i contributi di tutti e favorisca la crescita collettiva piuttosto che la competizione distruttiva.


La consapevolezza delle conseguenze: un invito alla riflessione

Spesso non siamo pienamente consapevoli delle conseguenze reali e durature delle nostre parole. Parliamo d'impulso, trascinati dall'emozione del momento, senza fermarci nemmeno un istante a pensare a come ciò che diciamo possa influenzare profondamente gli altri, il loro umore, la loro autostima, le loro decisioni future. Questo è un problema diffuso che riguarda tutti noi, indipendentemente dal ruolo professionale che ricopriamo, dall'esperienza accumulata negli anni o dal livello di istruzione raggiunto. Per questo motivo urgente, è fondamentale sviluppare una maggiore consapevolezza critica e responsabilità personale nel modo in cui comunichiamo quotidianamente con gli altri. Vi propongo quindi un esercizio pratico di riflessione profonda: prima di parlare, specialmente in situazioni delicate o conflittuali, chiediamoci onestamente quali effetti concreti potrebbero avere le nostre parole sulle persone che le riceveranno. Stiamo contribuendo attivamente a costruire qualcosa di positivo e duraturo o a distruggere ciò che altri hanno pazientemente edificato? Stiamo rispettando genuinamente l'interlocutore come persona degna di considerazione o lo stiamo sminuendo, riducendolo a un ostacolo da superare? Questo atteggiamento di attenzione consapevole non significa affatto censurare il proprio pensiero o evitare sistematicamente di esprimere opinioni difficili, scomode o controcorrente, ma piuttosto scegliere con cura intelligente il modo in cui lo facciamo, calibrando tono, parole e contesto. In particolare, chi lavora in team complessi, chi ha collaboratori diretti, allievi da formare o atleti sotto la propria guida tecnica, deve essere ancora più attento e scrupoloso alla qualità delle parole scelte. La comunicazione è uno strumento tremendamente potente che può motivare profondamente e far crescere esponenzialmente, ma anche demoralizzare completamente e bloccare definitivamente lo sviluppo personale. Le parole devono essere somministrate con cura meticolosa, soprattutto quando portano messaggi critici o negativi: il modo preciso in cui vengono offerte può fare tutta la differenza tra un confronto costruttivo che porta crescita e un conflitto distruttivo che lascia cicatrici permanenti.


Il rispetto come base della comunicazione efficace

Il rispetto profondo per le persone è la base imprescindibile di ogni comunicazione veramente efficace e duratura. Anche quando dobbiamo necessariamente comunicare qualcosa di difficile e potenzialmente doloroso, come una critica sostanziale o una correzione importante, è fondamentale farlo con empatia autentica e delicatezza calibrata. Un messaggio trasmesso con prepotenza intimidatoria o aggressività gratuita rischia seriamente di essere rifiutato immediatamente, anche se contiene verità importanti e utili che potrebbero aiutare la crescita della persona. Imparare a comunicare con rispetto genuino significa mettersi sinceramente nei panni dell'altro, cercare attivamente di capire come le nostre parole possono essere percepite e interpretate da chi le riceve, considerando il suo contesto personale, la sua storia, le sue sensibilità particolari. Significa scegliere consapevolmente il tono giusto e appropriato, il momento opportuno e favorevole, e le parole più adatte e precise per far passare efficacemente il messaggio senza ferire inutilmente o creare barriere comunicative. Questo approccio non è assolutamente un segno di debolezza caratteriale o di mancanza di determinazione, ma al contrario di grande forza interiore e intelligenza emotiva sviluppata. Inoltre, una comunicazione rispettosa e attenta favorisce concretamente la costruzione di relazioni solide e durature nel tempo, basate sulla fiducia reciproca e sulla stima autentica. Quando le persone si sentono genuinamente ascoltate e profondamente rispettate nella loro dignità, sono naturalmente più aperte al dialogo sincero e al cambiamento costruttivo. Anche le difficoltà più complesse e le critiche più dure possono trasformarsi in preziose occasioni di crescita personale e professionale significativa, se gestite con cura, sensibilità e intelligenza comunicativa. Il rispetto diventa così non solo un valore etico fondamentale, ma anche uno strumento pratico incredibilmente efficace per raggiungere obiettivi comuni e costruire ambienti di lavoro e di vita più sani e produttivi.


Ricostruire la socialità attraverso le parole

Viviamo in un'epoca storica particolare in cui la socialità autentica è stata profondamente modificata e spesso impoverita, ridotta ai minimi storici a causa di complessi cambiamenti sociali, tecnologici e culturali che hanno trasformato radicalmente il modo in cui interagiamo. La digitalizzazione ha portato connessioni superficiali ma ha spesso sacrificato la profondità delle relazioni umane. In questo contesto frammentato e spesso alienante, la qualità della comunicazione diventa ancora più importante e strategica: scegliere con attenzione cosa dire e come dirlo è un atto di responsabilità sociale verso noi stessi e verso la comunità di cui facciamo parte. Le parole possono essere lo strumento privilegiato con cui ricostruire pazientemente un ambiente sociale più sano, equilibrato e accogliente, basato sulla collaborazione sincera, il rispetto incondizionato e la comprensione reciproca profonda. È un percorso certamente impegnativo che richiede tempo, impegno costante e consapevolezza continua, ma che può portare a risultati straordinari e trasformativi per individui e comunità. Recuperare il valore della parola ponderata, del silenzio riflessivo quando necessario, dell'ascolto attivo e partecipe, significa ricostruire il tessuto sociale che si sta progressivamente sfaldando. Vi invito sinceramente a riflettere su come gestite quotidianamente le vostre parole e le vostre azioni comunicative: siete realmente in grado di controllarne le conseguenze o vi lasciate trasportare dall'impulso? Come reagite emotivamente quando ricevete parole dure o critiche inaspettate? Condividere apertamente le nostre esperienze personali e i nostri punti di vista diversi è un modo prezioso per crescere insieme come comunità. Attraverso il dialogo autentico e rispettoso, possiamo imparare collettivamente a comunicare meglio, a rispettare maggiormente le diversità e a costruire relazioni più solide e significative. Ricordiamoci sempre che le parole sono come pietre lanciate nello stagno della vita: facciamo in modo consapevole che le loro increspature portino armonia costruttiva e non distruzione cieca. Ogni conversazione è un'opportunità per seminare comprensione o incomprensione, per avvicinare o allontanare, per guarire o ferire. La scelta è nelle nostre mani, o meglio, sulle nostre lingue.


Ezio Dau


Autore: Ezio Dau 30 gennaio 2026
La metafora della mela e del seme: una chiave per comprendere il coaching "Puoi contare quanti semi ci sono in una mela, non quante mele ci sono in un seme." Questa frase, semplice ma ricca di significato profondo, rappresenta un invito affascinante a riflettere su come affrontiamo la conoscenza, la crescita personale e la gestione del futuro. Nel mondo del coaching, questa metafora assume un valore ancora più fondamentale: ci ricorda che non possiamo prevedere con certezza il risultato finale partendo da un singolo elemento, ma possiamo imparare a coltivare il potenziale nascosto in quel seme, accompagnandolo con attenzione consapevole e dedizione. Il coaching si basa propriamente su questo principio centrale: aiutare le persone a scoprire e nutrire i propri "semi" interiori, che possono essere talenti latenti, idee innovative, sogni ambiziosi o capacità ancora inespresse, per farli crescere in modo sano e produttivo. Non si tratta di fornire risposte immediate o di garantire risultati certi, ma di creare le condizioni ottimali perché il potenziale possa esprimersi al meglio, proprio come un contadino consapevole che cura il terreno per far nascere frutti abbondanti. Questa prospettiva è fondamentale per chiunque voglia affrontare sfide personali o professionali con uno sguardo aperto e lungimirante, evitando la trappola dei giudizi affrettati o delle aspettative rigide. Riconoscere il valore del seme significa comprendere che ogni inizio contiene possibilità infinite, ma richiede impegno, pazienza e una visione che vada oltre l'immediato. Comprendere la complessità attraverso il coaching: oltre l'analisi superficiale Spesso, nella vita quotidiana e nel contesto lavorativo, siamo portati a cercare soluzioni rapide oppure a giudicare situazioni complesse partendo da un singolo dato frammentario. Tuttavia, la realtà è quasi sempre molto più complessa e stratificata di quanto appaia a prima vista. La metafora della mela e del seme ci ricorda eloquentemente che un singolo elemento non può raccontare tutta la storia: un seme contiene il potenziale per molte mele, ma quante e come nasceranno dipende da moltissimi fattori interconnessi, dal clima al terreno, dall'umidità alla luce solare. Il coaching aiuta a sviluppare consapevolezza della complessità e delle sue molteplici dimensioni. Attraverso un processo guidato di domande profonde, riflessioni strutturate e ascolto attivo, il coach supporta il coachee nel riconoscere le varie dimensioni di una situazione, le variabili in gioco, le interconnessioni nascoste e le dinamiche ricorrenti. Questo approccio sistemico è fondamentale per evitare errori di valutazione superficiali e per aprire la mente a nuove prospettive. Ad esempio, una persona che si sente bloccata in una carriera insoddisfacente potrebbe inizialmente concentrarsi solo sull'aspetto economico o sulla mancanza di stimoli. Il coaching, però, la aiuta a esplorare altri fattori ugualmente importanti: le passioni autentiche, i valori fondamentali, la qualità delle relazioni, le paure nascoste, le convinzioni limitanti ereditate. Solo così emerge un quadro completo e si possono individuare strategie efficaci e durevoli per il cambiamento vero. In questo senso, il coaching è uno strumento prezioso per andare oltre l'analisi superficiale e abbracciare la complessità della realtà, proprio come contare i semi nella mela dà informazioni utili, ma non basta per prevedere il raccolto futuro. La vera sapienza sta nel comprendere che il tutto è sempre maggiore della somma delle singole parti. Il coaching come strumento per navigare l'incertezza del futuro Il futuro è per definizione incerto e imprevedibile, ricco di variabili che sfidano qualsiasi tentativo di controllo assoluto. Cercare di prevederlo partendo da dati limitati è spesso un esercizio vano e frustrante che può portare a decisioni errate basate su premesse incomplete. La metafora della mela e del seme ci ricorda che, anche con un seme perfetto in mano, non possiamo sapere esattamente quante mele nasceranno, perché l'esito dipende da condizioni esterne e interne: il sole, l'acqua, il terreno, gli insetti, il clima mutevole. Il coaching si rivela particolarmente utile in questo contesto di incertezza strutturale. Non promette certezze illusorie né risultati garantiti, ma fornisce strumenti pratici per affrontare il futuro con maggiore fiducia, flessibilità e resilienza duratura. Attraverso il coaching, si impara a gestire l'incertezza, a sviluppare una mentalità orientata alla crescita e all'apprendimento continuo, e a costruire piani d'azione adattabili che evolvono con il cambiamento. Un coach esperto accompagna il coachee a identificare le proprie risorse interiori spesso trascurate, a riconoscere le opportunità nascoste anche nelle difficoltà, e a sviluppare strategie che tengano conto della complessità e del mutamento continuo. Questo approccio consapevole trasforma l'incertezza da ostacolo paralizzante a opportunità di crescita, favorendo serenità e proattività costruttiva. Guardare l'insieme: il coaching come lente per la visione globale Una delle qualità più preziose del coaching è la sua capacità di ampliare la prospettiva personale. Spesso siamo concentrati su un dettaglio specifico, un problema urgente, un obiettivo immediato, e rischiamo di perdere di vista il quadro generale e le interrelazioni che lo compongono. La metafora della mela e del seme ci invita a guardare l'insieme, a considerare il contesto più ampio e le interconnessioni complesse tra le varie componenti. Nel percorso di coaching, questa visione globale viene stimolata attraverso strategie raffinate che favoriscono la riflessione profonda e la consapevolezza progressiva di sé. Il coachee è incoraggiato a osservare non solo il problema immediato, ma anche le sue cause radicate, le conseguenze a medio e lungo termine, le influenze esterne spesso invisibili e le dinamiche interne nascoste. Questo permette di individuare pattern ricorrenti nelle nostre vite, riconoscere dinamiche inconsce che si ripetono, e scoprire nuove vie d'azione più efficaci. Guardare l'insieme è una competenza cruciale che il coaching aiuta a sviluppare, permettendo di agire nel mondo con maggiore consapevolezza, intenzionalità e successo autentico. Questa capacità di visione integrata trasforma il nostro rapporto con i problemi e le opportunità che la vita continua a presentarci.  Coltivare il potenziale con il coaching: semi di crescita per il futuro La metafora del seme e della mela è anche un potente simbolo universale di crescita, rigenerazione e trasformazione. Ogni persona è come un seme con un potenziale unico e inespresso, che può svilupparsi in modi diversi a seconda delle cure ricevute, delle condizioni ambientali create e del tempo dedicato alla crescita. Il coaching è lo strumento che aiuta a coltivare questo potenziale nascosto, offrendo supporto empatico, stimoli costruttivi e strategie pratiche per farlo fiorire e maturare pienamente. Attraverso il percorso di coaching autentico, si impara a riconoscere i propri punti di forza spesso ignorati, a superare le paure profonde e le convinzioni limitanti, a definire obiettivi chiari, motivanti e coerenti con i propri valori, e a costruire un percorso di crescita personalizzato e sostenibile. Non si tratta di prevedere quanti "frutti" si otterranno nel futuro, ma di mettere consapevolmente in atto le azioni e le scelte che aumentano le probabilità di successo durevole e soddisfazione profonda. Questa consapevolezza del processo è fondamentale per vivere con maggiore pienezza, autenticità e realizzazione personale, sia nella sfera privata che in quella professionale e relazionale. Il coaching non è solo un metodo pragmatico per risolvere problemi immediati, ma un vero viaggio di scoperta consapevole e valorizzazione del proprio potenziale unico. Esso ci insegna a guardare oltre il singolo elemento frammentario, ad abbracciare la complessità della realtà, a gestire costruttivamente l'incertezza inevitabile e a coltivare con cura il nostro potenziale, per costruire progressivamente un futuro ricco di possibilità autentiche e realizzazione personale duratura. Ezio Dau
Autore: Ezio Dau 27 gennaio 2026
Il valore nascosto del tempo dedicato alle relazioni professionali "Il valore di una relazione è in diretta proporzione al tempo che investi in quella relazione." Questa semplice ma potente frase ci invita a riflettere su un aspetto spesso trascurato nel mondo del lavoro: la qualità delle relazioni che costruiamo con i nostri collaboratori, colleghi e partner. Non si tratta solo di competenze tecniche o di obiettivi da raggiungere, ma di un investimento emotivo e temporale che determina la solidità e l'efficacia di ogni collaborazione. Molte volte, infatti, ci troviamo a lavorare fianco a fianco con persone competenti, ma senza un vero legame umano, senza quell'entusiasmo che rende il lavoro un'esperienza gratificante. È come se mancasse un collante invisibile che tiene insieme i pezzi di un puzzle complesso. Senza questo collante, anche i migliori risultati rischiano di apparire freddi e insoddisfacenti. In un mondo sempre più frenetico e orientato ai risultati, spesso dimentichiamo che ogni progetto, ogni cliente, ogni partnership è in realtà un'occasione per costruire relazioni significative. Queste relazioni non sono semplici transazioni commerciali o interazioni superficiali, ma connessioni autentiche che generano fiducia, lealtà e impegno reciproco. Dedicare tempo a conoscere davvero le persone con cui lavoriamo, a comprendere le loro motivazioni, i loro sogni e le loro preoccupazioni, crea una base solida su cui costruire collaborazioni durature e fruttuose. Il tempo investito oggi nelle relazioni è un dividendo che continuerà a generare valore nel tempo, migliorando non solo la qualità del lavoro, ma anche il benessere personale e la soddisfazione professionale. Il dilemma del professionista: tra dovere e benessere emotivo In una recente conversazione con un amico e collega, è emersa una situazione che molti conoscono bene: una collaborazione professionale che genera disagio e mancanza di entusiasmo. Il nostro amico si è trovato a chiedersi se fosse giusto continuare a lavorare con una persona con cui il rapporto era diventato fonte di malessere, pur ottenendo risultati discreti. Questa domanda mette in luce un conflitto interno molto comune: il dovere verso gli impegni presi contro la necessità di preservare il proprio benessere psicologico. Interrompere una collaborazione può sembrare la soluzione più semplice, ma spesso comporta conseguenze pratiche e relazionali complesse. D'altra parte, andare avanti senza entusiasmo rischia di compromettere la qualità del lavoro e la propria soddisfazione personale. Non esiste una risposta universale, ma è importante riconoscere che la relazione è un elemento vivo che va monitorato e curato costantemente. Questo dilemma riflette una verità profonda della vita professionale contemporanea: non possiamo più permetterci di separare completamente la nostra dimensione personale da quella lavorativa. Siamo esseri umani interi, non automi, e le nostre emozioni, il nostro umore e il nostro benessere psicologico influenzano necessariamente la qualità del nostro lavoro. Quando una relazione professionale diventa tossica o frustrante, gli effetti si ripercuotono su tutta la nostra vita. Tuttavia, abbandonare ogni collaborazione al primo segno di difficoltà non è né pratico né costruttivo. La soluzione sta nel riconoscere il problema, comunicare apertamente, cercare di capire le dinamiche sottostanti e, se possibile, lavorare insieme per trovare una strada diversa. Solo quando questi tentativi falliscono dovremmo considerare l'opzione di terminare la collaborazione, consapevoli che anche questa decisione richiede maturità e responsabilità. Costruire prima la relazione, poi la collaborazione: un approccio vincente Dalla mia esperienza personale, ho imparato a non iniziare mai una collaborazione senza aver prima coltivato un sentimento positivo verso l'altra persona. Questo è particolarmente vero in ambiti come la formazione e lo sport, dove la coerenza tra ciò che si comunica e ciò che si vive è essenziale. La relazione diventa la base su cui si costruisce ogni attività, e senza una solida intesa, anche il lavoro più tecnico rischia di perdere valore. Quando la relazione si deteriora, emergono inevitabilmente difficoltà che si riflettono sulla qualità della collaborazione. In questi casi, ho scelto di rispettare gli impegni presi, anche se ciò comporta un certo malessere, ma con la consapevolezza che si tratta di situazioni temporanee. Questo approccio mi permette di mantenere la professionalità senza compromettere troppo il mio equilibrio emotivo, pur sapendo che collaborazioni senza entusiasmo difficilmente durano nel tempo. L'insegnamento più importante che ho ricavato dalle mie esperienze è che la relazione non è un lusso, ma una necessità fondamentale. Prima di avviare un progetto, uno scambio commerciale o una partnership, dovremmo investire tempo nel dialogo preliminare, nella conoscenza reciproca e nella creazione di un'atmosfera di comprensione. Questo tempo iniziale, che potrebbe sembrare "perso" dal punto di vista produttivo, è in realtà uno dei migliori investimenti che possiamo fare. Quando le relazioni sono forti e basate su fondamenta solide, i conflitti e i malintesi sono meno probabili, e quando emergono, possono essere affrontati con maggiore serenità e efficacia. Una relazione ben costruita agisce come un cuscinetto protettivo che assorbe le difficoltà inevitabili che emergono in ogni collaborazione complessa. La relazione come pilastro della comunicazione e della produttività Spesso si tende a considerare la relazione come un elemento secondario rispetto ai compiti e agli obiettivi da raggiungere. In realtà, la relazione è il vero pilastro su cui si fonda una comunicazione efficace e una collaborazione produttiva. Non è un dato statico, ma un processo dinamico che richiede cura, attenzione e allenamento costante. Dare per scontato il rapporto con i collaboratori può portare a incomprensioni, conflitti e calo della motivazione. Al contrario, investire tempo nel conoscere, ascoltare e supportare gli altri crea un clima di fiducia e rispetto reciproco, indispensabile per superare insieme le sfide quotidiane. Coltivare la relazione significa anche essere pronti a riconoscere i segnali di difficoltà e intervenire tempestivamente per evitare che si trasformino in problemi più grandi. La ricerca organizzativa e gli studi sulla produttività dimostrano continuamente che i team più efficienti non sono necessariamente quelli composti dai migliori talenti individuali, ma quelli in cui esiste una forte coesione relazionale. La comunicazione fluida, la fiducia reciproca e il supporto spontaneo emergono naturalmente quando le relazioni sono coltivate con dedizione. Inoltre, una buona relazione crea resilienza nel team: quando emergono difficoltà esterne, un team forte nelle relazioni interpersonali sa come unirsi e affrontare le sfide. La produttività, quindi, non è semplicemente il risultato dell'addizione delle competenze individuali, ma è il frutto moltiplicato della capacità relazionale del gruppo. Investire nella qualità delle relazioni non è una distrazione dal lavoro, ma è il modo più intelligente di fare squadra.  Una riflessione aperta: condividere esperienze per crescere insieme Il tema della relazione nel lavoro di squadra e nella collaborazione è vasto e complesso. Per questo motivo, è importante aprire un confronto e condividere esperienze diverse. Come affrontate voi situazioni in cui la relazione con un collaboratore si deteriora? Avete mai scelto di interrompere una collaborazione per tutelare il vostro benessere? Oppure avete trovato modi per recuperare il rapporto e tornare a lavorare con entusiasmo? Avete esempi di relazioni professionali che si sono trasformate in amicizie durature e costruttive? Condividere punti di vista e strategie può arricchire la nostra comprensione e aiutarci a costruire ambienti di lavoro più sani, produttivi e gratificanti. In fondo, investire nelle relazioni non è solo un dovere professionale, ma un vero e proprio investimento sulla qualità della nostra vita lavorativa e personale. Mi piacerebbe sentire le vostre storie, i vostri dubbi e le vostre scoperte. Quali lezioni avete imparato dalle vostre esperienze relazionali nel contesto lavorativo? Come avete imparato a bilanciare l'impegno professionale con la salvaguardia del vostro benessere emotivo? La conversazione autentica su questi temi è ciò che ci permette di crescere come professionisti e come persone. Ogni esperienza condivisa diventa un'opportunità di apprendimento collettivo, un contributo al nostro capitale relazionale comune. Proprio come coltiviamo una relazione individuale con dedizione e tempo, possiamo coltivare una comunità professionale consapevole e consapevole dell'importanza del fattore umano. Questa è la vera sfida e la vera opportunità del lavoro contemporaneo: riumanizzare il nostro contesto professionale, riconoscendo che dietro ogni risultato, ogni progetto e ogni successo ci sono sempre persone, relazioni e connessioni umane che meritano di essere nutrite e valorizzate. Ezio Dau
Autore: Ezio Dau 23 gennaio 2026
Il valore dell’apprendimento continuo: mai sentirsi arrivati "Siamo tutti apprendisti in un mestiere dove non si diventa mai maestri." Questa frase, apparentemente semplice, racchiude una verità profonda e spesso sottovalutata sulla natura stessa della crescita umana. La crescita personale e professionale non è un traguardo da raggiungere una volta per tutte, ma un percorso senza fine, un viaggio in cui ogni giorno si può imparare qualcosa di nuovo e sorprendente. In qualsiasi ambito della vita, la tentazione di sentirsi "arrivati" può essere molto forte, soprattutto quando si accumulano anni di esperienza e competenze consolidate nel tempo. Tuttavia, considerarsi già al culmine delle proprie capacità rischia di diventare una gabbia dorata che limita la nostra evoluzione e la nostra capacità di adattarci ai cambiamenti sempre più rapidi del mondo contemporaneo. Essere apprendisti significa mantenere viva la curiosità, la voglia di mettersi in discussione, di sfidare le proprie certezze e di scoprire nuovi modi di fare, anche quando si pensa di sapere tutto. È un atteggiamento che non solo arricchisce le competenze tecniche, ma rende anche il lavoro più stimolante, gratificante e significativo. La vera maestria, infatti, non è un punto di arrivo statico, ma un continuo divenire, una ricerca costante che ci spinge a migliorare e a reinventarci di fronte alle sfide inaspettate. Solo chi accetta di essere apprendista ogni giorno può davvero offrire il meglio di sé, sia nel lavoro che nella vita privata, costruendo una carriera e un'esistenza ricche di senso e di autenticità. La sfida di uscire dalla zona di comfort Proporre un cambiamento, come la partecipazione ad eventi di formazione interna o l'adozione di nuove metodologie, spesso suscita dubbi, perplessità e scetticismo. Questo è un fenomeno naturale e universale, profondamente radicato nella nostra natura umana e nelle strutture biologiche del nostro cervello. La zona di comfort rappresenta uno spazio sicuro, conosciuto e prevedibile, dove ci sentiamo competenti, protetti e in controllo della situazione. Uscirne significa affrontare l'incertezza, il rischio di fallire, la possibilità di non essere all'altezza delle aspettative e di dover ricominciare da zero in certi aspetti. Nel corso di un recente webinar di presentazione di un nuovo progetto formativo, ho potuto osservare proprio questa dinamica affascinante e complessa: mentre alcuni formatori hanno accolto con entusiasmo e interesse l'opportunità di migliorarsi e di acquisire nuove competenze, altri hanno mostrato una chiara resistenza, esitando a cambiare le proprie abitudini consolidate nel corso degli anni. Questa resistenza non va giudicata con severità o disdegno, ma compresa e accettata come parte naturale del processo di cambiamento umano. È un passaggio fondamentale nel processo di crescita personale e organizzativa, perché il cambiamento richiede tempo, fiducia reciproca e motivazione intrinseca genuina. Spesso, dietro il rifiuto di nuove proposte si nasconde la paura ancestrale di perdere ciò che si è faticosamente costruito, o la convinzione radicata di non aver bisogno di altro per eccellere. Per questo è importante creare occasioni strutturate di confronto e dialogo autentico, dove ognuno possa sentirsi veramente ascoltato e valorizzato nelle proprie preoccupazioni, e dove la formazione non sia vista come un obbligo imposto dall'alto, ma come un'opportunità sincera di crescita, di arricchimento personale e di sviluppo collettivo della comunità professionale. Il valore del dissenso e il rischio del pregiudizio Il dissenso è una componente essenziale di ogni ambiente veramente sano, dinamico e innovativo. Esprimere opinioni diverse, mettere in discussione idee preconcette e proposte consolidate, stimolare il confronto costruttivo sono elementi fondamentali che favoriscono l'innovazione, il miglioramento continuo e l'evoluzione organizzativa. Tuttavia, il dissenso deve essere espresso in modo costruttivo, intelligente e profondamente rispettoso della dignità altrui, altrimenti rischia di diventare un ostacolo dannoso per il clima aziendale e per la crescita collettiva. Durante il webinar sopra citato, un episodio ha colpito particolarmente la mia attenzione e mi ha fatto riflettere profondamente: una formatrice ha manifestato un dissenso plateale e poco professionale, rifiutando sistematicamente qualsiasi nuova proposta presentata e, cosa più grave e preoccupante, denigrando pubblicamente il lavoro di un collega che stava presentando sinceramente la sua progettualità in un altro ambito di specializzazione. Questo atteggiamento negativo non solo danneggia emotivamente e professionalmente chi propone nuove idee innovative, ma soprattutto chi lo adotta e mantiene, perché si chiude progressivamente in una visione statica, limitante e auto-sabotante della propria professionalità. Denigrare il lavoro altrui per difendere rigidamente la propria posizione è un segnale palese di insicurezza profonda e di chiusura mentale nei confronti del nuovo e dell'ignoto. È fondamentale imparare a distinguere chiaramente tra critica costruttiva, che apre a nuove prospettive, stimola il miglioramento reciproco e arricchisce il dialogo, e pregiudizio settario, che invece blocca il dialogo, frena la crescita e inquina l'ambiente relazionale. In un contesto professionale, soprattutto in ambiti dinamici e in continua evoluzione come quello della formazione e dell'educazione, è fondamentale e imprescindibile coltivare attivamente un clima di rispetto reciproco profondo e di genuina apertura verso le diverse prospettive, dove il dissenso diventa un'occasione preziosa di confronto costruttivo e di arricchimento, non di conflitto sterile e distruttivo. La compassione verso chi si sente "arrivato" Di fronte a chi pensa di aver raggiunto il culmine definitivo delle proprie capacità e competenze, provo un sentimento sincero e consapevole di compassione umana e professionale. Come può una persona godersi pienamente il proprio lavoro, il rapporto autentico con gli allievi e la quotidianità professionale se non è disposta, con umiltà e apertura mentale, a imparare continuamente anche da loro e dalle loro esperienze di vita? L'idea di essere definitivamente "arrivati" è un'illusione pericolosa e ammaliante che può portare gradualmente a stagnazione intellettuale, insoddisfazione professionale e svuotamento emotivo. La vera crescita e la vera realizzazione nascono dalla consapevolezza matura e consapevole che c'è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, da migliorare, da sperimentare con coraggio e curiosità. Il momento più triste di un viaggio, sia metaforico che reale, è proprio la sua fine, quando si esaurisce la scoperta, la meraviglia si affievolisce e si smette di esplorare gli orizzonti affascinanti. Invece, mantenere viva costantemente la curiosità genuina e il desiderio sincero di apprendere è una forma profonda di rispetto verso sé stessi, verso il proprio potenziale inesauribile e verso chi ci sta intorno con le proprie ricchezze umane. È un modo concreto per rinnovare ogni giorno la passione, l'entusiasmo e l'energia per ciò che facciamo e per mantenere vivi i rapporti umani significativi, che sono la vera e autentica ricchezza di ogni professione e di ogni vita. Chi si chiude progressivamente in una visione statica, rigida e autoreferenziale rischia di perdere non solo competenze tecniche e metodologiche, ma anche la preziosa capacità di emozionarsi, di stupirsi e di trasmettere entusiasmo contagioso agli altri.  Essere apprendisti nella vita quotidiana Essere apprendisti non riguarda esclusivamente il lavoro e le competenze professionali, ma coinvolge anche le relazioni interpersonali, la vita familiare e la quotidianità di tutti i giorni in ogni sua sfumatura. È un atteggiamento fondamentale che ci invita a non smettere mai di scoprire nuove dimensioni di noi stessi, di ascoltare veramente gli altri con empatia genuina, di metterci continuamente in gioco con vulnerabilità consapevole e autenticità. La curiosità è un grande pregio innato che ci spinge a esplorare nuovi orizzonti culturali e personali, a confrontarci apertamente con idee diverse dalle nostre, a migliorare costantemente la qualità della nostra vita e dei nostri rapporti. Coltivare questa mentalità di apprendista significa vivere con pienezza, consapevolezza e autenticità, trasformando ogni esperienza, anche quella difficile, in un'occasione preziosa di sviluppo personale e di acquisizione di saggezza. Collezionare esperienze significative e sentirsi apprendisti ogni giorno è anche un modo straordinario per affrontare le sfide della vita con maggiore resilienza emotiva, creatività innovativa e flessibilità mentale. Quando accettiamo profondamente di non sapere tutto, di avere limiti e lacune, diventiamo più flessibili, aperti e ricettivi al cambiamento, qualità indispensabili e preziose in un mondo in continua evoluzione e trasformazione. Questo atteggiamento umile e consapevole ci permette di costruire relazioni più profonde, significative e autentiche, basate sull'ascolto veramente empatico e sul rispetto reciproco incondizionato. In conclusione, vi esorto sinceramente a essere apprendisti anche voi, nel lavoro, nelle relazioni personali e nella vita di tutti i giorni. Non smettete mai di imparare, di scoprire, di crescere e di reinventarvi. Solo così potrete vivere un viaggio ricco di emozioni genuine, di soddisfazioni profonde e di autentica realizzazione personale e umana. Ezio Dau