Quando il successo diventa una trappola: il rischio dell’autocompiacimento nelle società sportive.
La sfida del rinnovamento nelle società sportive
Le società sportive, soprattutto quelle di medie e grandi dimensioni, sono chiamate a un continuo processo di rinnovamento per mantenere la propria vitalità e competitività in un panorama sempre più dinamico e competitivo. Pensiamo alle squadre dilettantistiche o semiprofessionistiche in Italia, come quelle di calcio o altri sport di squadra nei campionati regionali, dove la pressione per attrarre sponsor, talenti giovani e famiglie è costante. Questo processo richiede un coinvolgimento attivo di tutti i livelli organizzativi: dai dirigenti che definiscono la vision strategica, ai responsabili di settore che coordinano le risorse, fino agli istruttori che interagiscono quotidianamente con gli atleti. L’obiettivo condiviso è definire strategie chiare e perseguibili che permettano una crescita costante, un miglioramento tangibile della qualità dell’offerta sportiva, pensiamo a programmi di allenamento personalizzati o infrastrutture moderne, e la creazione di un ambiente positivo, inclusivo e motivante per gli atleti di tutte le età. Tuttavia, spesso le riunioni e i momenti di confronto, che dovrebbero fungere da catalizzatori per il cambiamento, si trasformano paradossalmente in arene di chiusura e resistenza al nuovo. In questi contesti emerge un fenomeno insidioso e pericoloso: l’autocompiacimento, ovvero quella convinzione radicata che la situazione attuale sia già ottimale, che i successi passati bastino a garantire il futuro e che non esistano margini reali di miglioramento. Questa mentalità, alimentata da una comfort zone illusoria, rappresenta un serio ostacolo per qualsiasi organizzazione sportiva che ambisca a evolversi, rischiando di trasformarla da entità viva e adattiva in un relitto del passato. Superare questa barriera richiede non solo consapevolezza, ma un impegno collettivo per ridisegnare la cultura interna, ispirandosi a modelli di successo come quelli delle accademie giovanili del basket NBA o delle società (come l’Atalanta in Italia nel calcio), che hanno fatto del rinnovamento continuo il loro mantra.
L’autocompiacimento come barriera al miglioramento
L’autocompiacimento si manifesta in modo subdolo quando i responsabili ritengono di aver già raggiunto tutti gli obiettivi prefissati, ignorando deliberatamente le criticità che risultano evidenti a un osservatore esterno, come genitori, ex atleti o analisti di settore. In questi casi, il clima interno viene descritto con toni entusiastici come ideale, con un benessere psicofisico totale per atleti e staff, e una gestione impeccabile delle attività quotidiane, dai calendari di allenamento alle comunicazioni interne. Qualsiasi problema come ritardi negli allenamenti, infortuni ricorrenti o cali di rendimento, viene attribuito esclusivamente ad altri: agli istruttori che non seguono le direttive con rigore, ai genitori troppo esigenti o persino ai giovani atleti "poco resilienti", senza mai mettere in discussione le proprie modalità operative o le scelte strategiche pregresse. Questa visione autoreferenziale, tipica di organizzazioni che si isolano dal feedback esterno, impedisce un’analisi onesta e strutturata delle reali cause di fenomeni critici, come l’abbandono precoce di molti giovani atleti, in Italia, statistiche FIGC indicano tassi di dropout superiori al 30% nei primi due anni di pratica, o la perdita progressiva di motivazione tra i membri della società, con istruttori demotivati che replicano schemi obsoleti. Ignorare questi segnali non solo compromette la crescita futura, bloccando l’innovazione in ambiti come l’uso di tecnologie di monitoraggio (es. GPS per il tracciamento delle performance), ma mette a rischio la sostenibilità economica, con minori iscrizioni che erodono le entrate, e sociale dell’organizzazione, che perde credibilità nella comunità locale. In un coaching sportivo, questo atteggiamento si contrasta con esercizi di auto-riflessione, come journal di performance collettivi, per smascherare le illusioni e aprire la porta al miglioramento reale.
Le conseguenze di una cultura statica e autoreferenziale
Quando una società sportiva si adagia sui successi passati, magari un titolo regionale vinto anni fa, e non si apre al confronto costruttivo, si crea inevitabilmente un ambiente stagnante, privo di energia innovativa. La mancanza di autocritica e di volontà di miglioramento genera un circolo vizioso: i problemi minori, come carenze logistiche o conflitti interpersonali, non vengono affrontati tempestivamente, le criticità si accumulano come neve in valanga e la qualità complessiva dell’esperienza sportiva diminuisce, con allenamenti ripetitivi e un’atmosfera appesantita da routine obsolete. Questo porta inevitabilmente a una perdita di iscritti, in particolare tra i giovani under 14, che sono la linfa vitale di qualsiasi realtà sportiva e che oggi cercano esperienze moderne, gamificate e orientate al benessere olistico. In Italia, dati CONI evidenzano un calo del 15% nelle iscrizioni giovanili negli ultimi anni nelle società non rinnovate. Inoltre, un clima chiuso e poco collaborativo può provocare tensioni interne esplosive, isolamento di chi vorrebbe proporre idee nuove, come l’introduzione di sessioni di coaching o programmi di nutrizione personalizzati, e una generale demotivazione che si propaga come un virus. La società rischia così di perdere non solo atleti promettenti, ma anche figure chiave come istruttori talentuosi che migrano verso realtà più dinamiche, o dirigenti capaci che si scoraggiano di fronte all’inerzia. Il risultato? Un declino irreversibile, con vuoti nei vivai, difficoltà a reperire sponsor e un’immagine pubblica offuscata, come visto in casi di club storici che hanno chiuso per bancarotta gestionale.
Umiltà, obiettivi realistici e impegno: le chiavi per la crescita
Superare le difficoltà legate all’autocompiacimento richiede un cambio radicale di mentalità, radicato nell’umiltà e nel riconoscimento che il percorso di crescita è continuo, privo di traguardi definitivi in un mondo sportivo in evoluzione rapida. È fondamentale che i responsabili e gli istruttori adottino un atteggiamento di umiltà proattiva, ispirandosi a figure come Pep Guardiola, che ha rivoluzionato il calcio con un’eterna ricerca di miglioramento. La capacità di porsi obiettivi realistici, misurabili e condivisi, ad esempio, SMART goals come "aumentare la retention giovanile del 20% in un anno tramite feedback mensili", è essenziale per mantenere alta la motivazione, monitorare i progressi e celebrare i piccoli successi. Inoltre, la valorizzazione del benessere psicofisico degli atleti deve essere al centro delle strategie di sviluppo: non solo allenamenti fisici, ma protocolli integrati con mental coaching, neurofeedback per la gestione dello stress e mindfulness per la resilienza emotiva. Il successo sportivo non può essere l’unico parametro di valutazione, spesso fuorviante in contesti dilettantistici; è necessario creare un ambiente in cui ogni atleta si senta supportato, motivato e rispettato, con spazi per il dialogo e il riconoscimento individuale. Solo così si ottengono risultati duraturi e significativi, come una maggiore fedeltà e performance sostenibili, trasformando la società in un ecosistema virtuoso.
Verso una cultura della collaborazione e del miglioramento continuo
Per costruire una società sportiva solida e resiliente è indispensabile promuovere una cultura organizzativa basata sulla collaborazione autentica, sul dialogo aperto e sulla disponibilità a mettersi in discussione senza paure. Riconoscere i propri limiti, ad esempio ammettere lacune nella formazione digitale degli istruttori, e lavorare insieme per superarli permette di evitare che il successo passato diventi un limite al progresso, trasformandolo invece in trampolino. Una mentalità aperta al cambiamento favorisce la fidelizzazione degli atleti, attratti da esperienze innovative, e la crescita professionale di istruttori e dirigenti, attraverso supervisioni periodiche e workshop condivisi. Solo in questo modo si può creare un ambiente sano, stimolante e inclusivo, capace di valorizzare il talento e la passione di tutti i suoi membri: dai mini-atleti ai veterani, passando per famiglie e collaboratori. Questo approccio garantisce un futuro prospero e sostenibile per la società sportiva, con crescita economica stabile, reputazione eccellente e impatto positivo sulla comunità, come dimostrato da realtà italiane come le giovanili della Virtus Bologna nel basket, che integrano coaching evolutivo per un rinnovamento continuo.
Ezio Dau







