Quando il successo diventa una trappola: il rischio dell’autocompiacimento nelle società sportive.

Ezio Dau

La sfida del rinnovamento nelle società sportive

Le società sportive, soprattutto quelle di medie e grandi dimensioni, sono chiamate a un continuo processo di rinnovamento per mantenere la propria vitalità e competitività in un panorama sempre più dinamico e competitivo. Pensiamo alle squadre dilettantistiche o semiprofessionistiche in Italia, come quelle di calcio o altri sport di squadra nei campionati regionali, dove la pressione per attrarre sponsor, talenti giovani e famiglie è costante. Questo processo richiede un coinvolgimento attivo di tutti i livelli organizzativi: dai dirigenti che definiscono la vision strategica, ai responsabili di settore che coordinano le risorse, fino agli istruttori che interagiscono quotidianamente con gli atleti. L’obiettivo condiviso è definire strategie chiare e perseguibili che permettano una crescita costante, un miglioramento tangibile della qualità dell’offerta sportiva, pensiamo a programmi di allenamento personalizzati o infrastrutture moderne, e la creazione di un ambiente positivo, inclusivo e motivante per gli atleti di tutte le età. Tuttavia, spesso le riunioni e i momenti di confronto, che dovrebbero fungere da catalizzatori per il cambiamento, si trasformano paradossalmente in arene di chiusura e resistenza al nuovo. In questi contesti emerge un fenomeno insidioso e pericoloso: l’autocompiacimento, ovvero quella convinzione radicata che la situazione attuale sia già ottimale, che i successi passati bastino a garantire il futuro e che non esistano margini reali di miglioramento. Questa mentalità, alimentata da una comfort zone illusoria, rappresenta un serio ostacolo per qualsiasi organizzazione sportiva che ambisca a evolversi, rischiando di trasformarla da entità viva e adattiva in un relitto del passato. Superare questa barriera richiede non solo consapevolezza, ma un impegno collettivo per ridisegnare la cultura interna, ispirandosi a modelli di successo come quelli delle accademie giovanili del basket NBA o delle società (come l’Atalanta in Italia nel calcio), che hanno fatto del rinnovamento continuo il loro mantra.


L’autocompiacimento come barriera al miglioramento

L’autocompiacimento si manifesta in modo subdolo quando i responsabili ritengono di aver già raggiunto tutti gli obiettivi prefissati, ignorando deliberatamente le criticità che risultano evidenti a un osservatore esterno, come genitori, ex atleti o analisti di settore. In questi casi, il clima interno viene descritto con toni entusiastici come ideale, con un benessere psicofisico totale per atleti e staff, e una gestione impeccabile delle attività quotidiane, dai calendari di allenamento alle comunicazioni interne. Qualsiasi problema come ritardi negli allenamenti, infortuni ricorrenti o cali di rendimento, viene attribuito esclusivamente ad altri: agli istruttori che non seguono le direttive con rigore, ai genitori troppo esigenti o persino ai giovani atleti "poco resilienti", senza mai mettere in discussione le proprie modalità operative o le scelte strategiche pregresse. Questa visione autoreferenziale, tipica di organizzazioni che si isolano dal feedback esterno, impedisce un’analisi onesta e strutturata delle reali cause di fenomeni critici, come l’abbandono precoce di molti giovani atleti, in Italia, statistiche FIGC indicano tassi di dropout superiori al 30% nei primi due anni di pratica, o la perdita progressiva di motivazione tra i membri della società, con istruttori demotivati che replicano schemi obsoleti. Ignorare questi segnali non solo compromette la crescita futura, bloccando l’innovazione in ambiti come l’uso di tecnologie di monitoraggio (es. GPS per il tracciamento delle performance), ma mette a rischio la sostenibilità economica, con minori iscrizioni che erodono le entrate, e sociale dell’organizzazione, che perde credibilità nella comunità locale. In un coaching sportivo, questo atteggiamento si contrasta con esercizi di auto-riflessione, come journal di performance collettivi, per smascherare le illusioni e aprire la porta al miglioramento reale.


Le conseguenze di una cultura statica e autoreferenziale

Quando una società sportiva si adagia sui successi passati, magari un titolo regionale vinto anni fa, e non si apre al confronto costruttivo, si crea inevitabilmente un ambiente stagnante, privo di energia innovativa. La mancanza di autocritica e di volontà di miglioramento genera un circolo vizioso: i problemi minori, come carenze logistiche o conflitti interpersonali, non vengono affrontati tempestivamente, le criticità si accumulano come neve in valanga e la qualità complessiva dell’esperienza sportiva diminuisce, con allenamenti ripetitivi e un’atmosfera appesantita da routine obsolete. Questo porta inevitabilmente a una perdita di iscritti, in particolare tra i giovani under 14, che sono la linfa vitale di qualsiasi realtà sportiva e che oggi cercano esperienze moderne, gamificate e orientate al benessere olistico. In Italia, dati CONI evidenzano un calo del 15% nelle iscrizioni giovanili negli ultimi anni nelle società non rinnovate. Inoltre, un clima chiuso e poco collaborativo può provocare tensioni interne esplosive, isolamento di chi vorrebbe proporre idee nuove, come l’introduzione di sessioni di coaching o programmi di nutrizione personalizzati, e una generale demotivazione che si propaga come un virus. La società rischia così di perdere non solo atleti promettenti, ma anche figure chiave come istruttori talentuosi che migrano verso realtà più dinamiche, o dirigenti capaci che si scoraggiano di fronte all’inerzia. Il risultato? Un declino irreversibile, con vuoti nei vivai, difficoltà a reperire sponsor e un’immagine pubblica offuscata, come visto in casi di club storici che hanno chiuso per bancarotta gestionale.

 

Umiltà, obiettivi realistici e impegno: le chiavi per la crescita

Superare le difficoltà legate all’autocompiacimento richiede un cambio radicale di mentalità, radicato nell’umiltà e nel riconoscimento che il percorso di crescita è continuo, privo di traguardi definitivi in un mondo sportivo in evoluzione rapida. È fondamentale che i responsabili e gli istruttori adottino un atteggiamento di umiltà proattiva, ispirandosi a figure come Pep Guardiola, che ha rivoluzionato il calcio con un’eterna ricerca di miglioramento. La capacità di porsi obiettivi realistici, misurabili e condivisi, ad esempio, SMART goals come "aumentare la retention giovanile del 20% in un anno tramite feedback mensili", è essenziale per mantenere alta la motivazione, monitorare i progressi e celebrare i piccoli successi. Inoltre, la valorizzazione del benessere psicofisico degli atleti deve essere al centro delle strategie di sviluppo: non solo allenamenti fisici, ma protocolli integrati con mental coaching, neurofeedback per la gestione dello stress e mindfulness per la resilienza emotiva. Il successo sportivo non può essere l’unico parametro di valutazione, spesso fuorviante in contesti dilettantistici; è necessario creare un ambiente in cui ogni atleta si senta supportato, motivato e rispettato, con spazi per il dialogo e il riconoscimento individuale. Solo così si ottengono risultati duraturi e significativi, come una maggiore fedeltà e performance sostenibili, trasformando la società in un ecosistema virtuoso.


Verso una cultura della collaborazione e del miglioramento continuo

Per costruire una società sportiva solida e resiliente è indispensabile promuovere una cultura organizzativa basata sulla collaborazione autentica, sul dialogo aperto e sulla disponibilità a mettersi in discussione senza paure. Riconoscere i propri limiti, ad esempio ammettere lacune nella formazione digitale degli istruttori, e lavorare insieme per superarli permette di evitare che il successo passato diventi un limite al progresso, trasformandolo invece in trampolino. Una mentalità aperta al cambiamento favorisce la fidelizzazione degli atleti, attratti da esperienze innovative, e la crescita professionale di istruttori e dirigenti, attraverso supervisioni periodiche e workshop condivisi. Solo in questo modo si può creare un ambiente sano, stimolante e inclusivo, capace di valorizzare il talento e la passione di tutti i suoi membri: dai mini-atleti ai veterani, passando per famiglie e collaboratori. Questo approccio garantisce un futuro prospero e sostenibile per la società sportiva, con crescita economica stabile, reputazione eccellente e impatto positivo sulla comunità, come dimostrato da realtà italiane come le giovanili della Virtus Bologna nel basket, che integrano coaching evolutivo per un rinnovamento continuo.


Ezio Dau


Autore: Ezio Dau 25 agosto 2026
Il rispecchiamento: che cosa significa davvero Quando parliamo di rispecchiamento, ci riferiamo alla capacità di entrare in sintonia con l’altra persona, riflettendo in modo naturale alcuni suoi contenuti e aspetti espressivi. Non si tratta di imitare in maniera meccanica, ma di modulare il proprio modo di comunicare per creare un terreno comune, in cui l’interlocutore possa sentirsi riconosciuto, compreso e accolto. In questo senso il rispecchiamento non è una tecnica fredda, ma una competenza relazionale che nasce dall’ascolto attento e dal rispetto. Nella vita quotidiana, spesso lo facciamo senza rendercene conto: assumiamo inconsciamente posture simili a quelle dell’altro, adottiamo un tono di voce più vicino al suo, riprendiamo alcune parole chiave che ha appena usato. Questo crea una sensazione di familiarità e facilita la fiducia reciproca, quasi come se dicessimo: “Ti sto seguendo, sono qui con te, parliamo la stessa lingua”. Il rispecchiamento, quindi, non è solo un comportamento esteriore, ma anche una disposizione interiore di curiosità, presenza e interesse autentico. Possiamo immaginarlo come un ponte che collega due rive: da una parte ci siamo noi, con le nostre idee, abitudini e stili comunicativi; dall’altra parte c’è l’interlocutore, con la sua storia e le sue modalità espressive. Il rispecchiamento costruisce il ponte mattone dopo mattone, attraverso piccoli segnali, parole, gesti e toni che rendono più facile attraversare quella distanza iniziale che separa due persone. È un modo per dire: “Mi avvicino al tuo mondo, così possiamo incontrarci a metà strada”. Affinità nei contenuti: parlare la lingua dell’altro Rispecchiare i contenuti significa entrare nel campo di significati dell’altra persona, accogliendo le parole che usa, le immagini che propone, gli esempi che porta. Quando un interlocutore sceglie un certo linguaggio, lo fa perché quel linguaggio è radicato nelle sue esperienze, nei suoi valori e nel suo modo di vedere la realtà. Riprendere consapevolmente alcune di quelle parole, o far riferimento alle stesse immagini, dimostra che lo abbiamo ascoltato davvero e che ci stiamo muovendo dentro il suo orizzonte di senso, non solo dentro il nostro. Per esempio, se una persona parla di “partita”, “squadra”, “allenamento”, possiamo restare su quel campo semantico e rispondere usando metafore sportive, invece di spostare subito la conversazione verso metafore tecniche o burocratiche. In questo modo, il dialogo si sviluppa in un formato per lei familiare, e la comprensione diventa più semplice e fluida. Il rispecchiamento nei contenuti rafforza l’affinità, perché comunica: “Sto ragionando con i tuoi strumenti, non sto costringendo le tue idee dentro il mio vocabolario”. Naturalmente, rispecchiare non significa rinunciare alla propria prospettiva o alle proprie competenze. Al contrario, vuol dire saperle tradurre nella lingua dell’altro, così da renderle accessibili e non minacciose. Quando riusciamo a collegare le nostre proposte ai concetti che l’interlocutore ha già introdotto, le nostre parole diventano meno astratte e più ancorate alla sua realtà. Questo vale in un colloquio individuale, ma anche in un’aula formativa, in una riunione di lavoro o in una conversazione informale: partire dai contenuti dell’altro aiuta a costruire un terreno condiviso su cui innestare nuove idee, senza generare resistenza. Affinità nell’espressività: postura, voce e ritmo Oltre ai contenuti, il rispecchiamento riguarda l’espressività: postura, gestualità, tono di voce, ritmo del parlare, persino il modo di respirare. Ogni persona possiede uno “stile comunicativo” globale, che emerge nel modo in cui si muove, si siede, guarda, sorride o resta seria. Entrare in sintonia con questo stile non implica copiare ogni dettaglio, bensì avvicinare il proprio modo di esprimersi a quello dell’altro, entro un margine naturale e rispettoso. Una postura eccessivamente diversa, un tono troppo distonico o un ritmo di parola estraneo possono creare distanza e far emergere una sensazione di incomprensione. Se l’altro parla lentamente, con pause ampie e voce calma, potrà sentirsi spaesato di fronte a un interlocutore che risponde in modo rapidissimo, incalzante, con un volume elevato. Allo stesso modo, chi è abituato a interazioni vivaci e dinamiche può percepire una forte lentezza come una forma di disinteresse o di freddezza. Il rispecchiamento invita a osservare questi elementi e ad “aggiustare” il proprio stile: rallentare o accelerare, abbassare o alzare leggermente il tono, scegliere un grado di gestualità più vicino a quello dell’altro. Sono cambiamenti spesso minimi, ma sufficienti a far percepire una maggiore armonia. Anche lo sguardo e i piccoli segnali non verbali giocano un ruolo cruciale. Un contatto visivo troppo intenso può risultare invadente per qualcuno, mentre per altri è un segno indispensabile di attenzione. Rispecchiare significa modulare il proprio sguardo in base a quello dell’interlocutore, trovando una via di mezzo che lo faccia sentire a proprio agio. In questo equilibrio, l’affinità espressiva diventa uno spazio protetto in cui entrambe le parti possono comunicare senza sentirsi giudicate o osservate da lontano, ma realmente incontrate. I rischi della caricatura: autenticità, etica e rispetto Un fraintendimento frequente consiste nel considerare il rispecchiamento come un trucco per “piacere” all’altro o per ottenere qualcosa manipolando la relazione. Se lo si pratica con questa intenzione, l’effetto boomerang è quasi inevitabile: l’interlocutore percepirà una certa artificialità, come se stesse parlando con uno specchio deformante, più interessato a compiacere che a comprendere. L’obiettivo non è creare una copia dell’altro, ma costruire una risonanza, dove le differenze restano presenti ma trovano una forma armonica di coesistenza. Per evitare il rischio della caricatura, è fondamentale mantenere una base solida di autenticità. Rispecchiare non significa indossare una maschera, ma lasciarsi influenzare in modo consapevole e temporaneo dallo stile comunicativo dell’altro, senza perdere il contatto con il proprio. Se ci accorgiamo che, nel tentativo di entrare in sintonia, stiamo forzando troppo il nostro comportamento, è il caso di rallentare e tornare a qualcosa che sentiamo davvero nostro. La coerenza tra ciò che pensiamo, diciamo e facciamo resta un punto di riferimento irrinunciabile. C’è poi un tema etico importante: utilizzare il rispecchiamento per orientare l’altro verso scelte non trasparenti o per ottenere vantaggi esclusivamente personali è una distorsione di questa competenza relazionale. Ogni volta che lo usiamo, dovremmo chiederci se stiamo contribuendo a una comunicazione più chiara, rispettosa e responsabilizzante, oppure se stiamo cercando di ridurre l’altro a un mezzo per raggiungere i nostri scopi. In questo senso, il rispecchiamento va sempre tenuto insieme a valori come il rispetto, la lealtà e la cura della relazione nel lungo periodo, non solo nell’immediato.  Allenare il rispecchiamento: pratiche quotidiane per migliorare le relazioni Come ogni capacità relazionale, anche il rispecchiamento può essere allenato nel quotidiano, senza bisogno di contesti formali. Un primo passo consiste nel migliorare la qualità dell’ascolto: fare attenzione alle parole ricorrenti dell’interlocutore, alle metafore che sceglie spontaneamente, alle espressioni che usa per descrivere situazioni, emozioni o obiettivi. Possiamo porci domande semplici come: “Qual è il vocabolario di questa persona?”, “Che tipo di immagini utilizza?”, “Qual è il suo ritmo?”. Già questo esercizio di osservazione ci rende più consapevoli e ci prepara a una risposta più sintonica. Un secondo passo è sperimentare piccoli aggiustamenti nel nostro modo di comunicare, verificando l’effetto che producono. Possiamo provare a riprendere consapevolmente una parola chiave usata dall’altro, o a riformulare una sua frase rispettandone il significato e la tonalità emotiva. Possiamo modulare la postura avvicinandoci al suo modo di stare seduto o in piedi, o adeguare il volume e la velocità della voce al suo registro abituale. Dopo ogni interazione, possiamo chiederci: “Quando mi sono sentito più in sintonia?”, “Quali segnali ho notato nell’altro quando mi sono avvicinato al suo stile?”, “Ci sono stati momenti di stacco netto?”. Infine, allenare il rispecchiamento significa anche coltivare una attitudine di curiosità verso le differenze. Non sempre possiamo, né dobbiamo, essere perfettamente simili al nostro interlocutore; a volte proprio nella differenza nasce una ricchezza di prospettive che alimenta il dialogo. Il rispecchiamento, allora, diventa una danza tra vicinanza e distanza: ci avviciniamo quanto basta per creare fiducia e fluidità, ma manteniamo la nostra specificità, così che la relazione non si trasformi in un semplice gioco di specchi, bensì in un incontro vivo tra due soggetti, entrambi riconosciuti nella propria unicità. Ezio Dau
Autore: Ezio Dau 21 agosto 2026
Dal “mio” obiettivo al “nostro” obiettivo Quando decidiamo di raccontare a qualcuno un nostro obiettivo, compiamo un passaggio importante: lo spostiamo da un piano puramente personale a una dimensione relazionale, in cui altre persone possono vederlo, riconoscerlo e, in alcuni casi, sostenerlo. Dichiarare un obiettivo, infatti, significa anche uscire dalla zona in cui tutto resta vago e non verificabile, per entrare in uno spazio dove ciò che vogliamo fare prende forma in parole, richieste, progetti. In questo senso, la condivisione rende l’obiettivo più concreto: non è più solo un pensiero nella nostra mente, ma diventa un impegno che esiste anche agli occhi degli altri. Questo semplice passaggio può aumentare il livello di motivazione, perché introduce una dose di responsabilità percepita e ci ricorda, ogni volta che rivediamo quelle persone, la direzione che abbiamo deciso di intraprendere. Condividere un obiettivo, tuttavia, non è solo una questione di “essere più disciplinati”. È anche un atto identitario: quando raccontiamo ciò che vogliamo raggiungere, stiamo comunicando qualcosa su chi siamo e su chi desideriamo diventare. Non a caso, molte persone evitano di farlo per paura di essere giudicate, fraintese o di dover ammettere un eventuale fallimento. Eppure, proprio questo livello di esposizione può essere la leva che permette di trasformare un desiderio generico in un progetto di cambiamento reale. Nel momento in cui un obiettivo viene condiviso, diventa parte di una storia più grande, che include anche le relazioni significative e l’ambiente in cui viviamo e lavoriamo. Condivisione e motivazione: cosa cambia quando gli obiettivi circolano Rendere partecipi gli altri dei propri obiettivi modifica la qualità della motivazione in almeno due modi. Da un lato, introduce un elemento di impegno pubblico: sapere che qualcuno è a conoscenza del nostro traguardo rende più difficile “fare finta di nulla” quando arriva la fatica o la tentazione di rinunciare. Dall’altro, permette all’obiettivo di beneficiare di risorse che, se restassero chiuse nel nostro perimetro personale, non sarebbero disponibili: suggerimenti, contatti, prospettive diverse, incoraggiamento nei momenti di calo. In altre parole, un obiettivo condiviso può diventare il centro di una rete di supporto, formale o informale, che rende più sostenibile il percorso. C’è poi una dimensione meno visibile ma altrettanto importante: la motivazione, quando viene “messa in comune”, tende a stabilizzarsi. Gli obiettivi tenuti del tutto segreti rischiano di cambiare direzione rapidamente, seguendo l’umore del momento o le pressioni esterne. Al contrario, un obiettivo che è stato spiegato, discusso e “ascoltato” da altri si ancora a una narrazione più stabile. Chi ascolta il nostro progetto ci restituisce domande, dubbi, punti di forza che ci costringono a chiarire meglio che cosa vogliamo e perché. Questa chiarificazione, a sua volta, rafforza la motivazione: più comprendiamo il senso di ciò che facciamo, più siamo disposti a metterci energia, tempo e attenzione.  Obiettivi che motivano davvero: caratteristiche e rischi Non tutti gli obiettivi, anche se condivisi, hanno lo stesso potere motivante. In genere risultano più generativi quelli che possiedono alcune caratteristiche chiare: sono specifici, in modo da sapere esattamente che cosa vogliamo ottenere; sono misurabili, così da poter verificare se ci stiamo avvicinando o no; sono realistici ma sfidanti, quindi abbastanza impegnativi da richiedere crescita, ma non così irraggiungibili da scoraggiare in partenza; hanno una scadenza, che impedisce loro di rimanere indefiniti nel tempo. Soprattutto, sono coerenti con i nostri valori e con l’immagine di noi stessi che desideriamo costruire: un obiettivo che sentiamo “nostro” ci motiva molto più di uno scelto solo per compiacere gli altri o per adeguarci a mode del momento. Condividere un obiettivo poco chiaro o poco autentico, invece, può rivelarsi un boomerang. Se dichiariamo qualcosa che in realtà non sentiamo davvero, corriamo il rischio di sperimentare frustrazione e senso di incoerenza: da una parte abbiamo detto agli altri di voler raggiungere un certo risultato, dall’altra non troviamo dentro di noi l’energia per sostenerlo. In questi casi, la condivisione non produce motivazione, ma tensione. Per evitarlo, è utile prendersi del tempo per riflettere prima di rendere pubblico un obiettivo: chiedersi che cosa rappresenta per noi, che tipo di persona ci aiuta a diventare, quali costi siamo disposti a sostenere lungo il percorso. Solo dopo questo lavoro di chiarificazione interna ha senso coinvolgere gli altri. Rendere gli altri partecipi: come farlo in modo efficace Condividere un obiettivo non significa semplicemente annunciare un risultato desiderato. Il modo in cui lo comunichiamo può fare molta differenza, sia per la nostra motivazione che per la reazione degli altri. Un primo passaggio utile è contestualizzarlo: spiegare da dove nasce, che cosa lo ha ispirato, quali esperienze ci hanno portato a considerarlo importante proprio ora. Questo aiuta chi ascolta a comprendere che non si tratta di un capriccio passeggero, ma di una direzione meditata. Un secondo passaggio consiste nel chiarire che tipo di supporto chiediamo: vogliamo solo essere ascoltati, desideriamo feedback, cerchiamo collaborazione concreta, oppure ci serve qualcuno che ci aiuti a monitorare i progressi? Un’altra attenzione riguarda la scelta delle persone con cui condividere l’obiettivo. Non è necessario, né sempre opportuno, raccontarlo a tutti. Alcuni traguardi hanno bisogno di un ambiente sicuro, dove ci sentiamo liberi di mostrare vulnerabilità, incertezze, passi indietro. In questi casi, può essere più utile iniziare da un numero ristretto di persone di fiducia. Altri obiettivi, invece, beneficiano di una condivisione più ampia, ad esempio quando è importante coinvolgere un intero gruppo nella stessa direzione. In ogni caso, rendere partecipi gli altri implica anche la disponibilità ad ascoltarli: una volta espresso l’obiettivo, è probabile che emergano domande, obiezioni, proposte. Saperle accogliere senza sentirsi minacciati significa trasformare la condivisione in un’occasione di apprendimento reciproco, non solo in una comunicazione a senso unico. Dalla somma di individui a un ambiente che sostiene gli obiettivi Quando più persone, all’interno di uno stesso contesto, si abituano a condividere i propri obiettivi in modo aperto e rispettoso, si crea gradualmente un clima diverso. Non si tratta più solo di individui che inseguono ciascuno il proprio traguardo, ma di un ambiente dove è normale parlare di ciò che si vuole raggiungere e di come lo si sta facendo. In questo tipo di contesto, la motivazione non è più percepita come una questione esclusivamente privata (“se non ci riesci è perché ti manca forza di volontà”), ma come qualcosa che può essere sostenuto anche attraverso le relazioni. Diventa più facile chiedere aiuto, confrontarsi quando si è bloccati, trovare ispirazione dai percorsi degli altri. A lungo andare, questa pratica di condivisione contribuisce a costruire una cultura in cui obiettivi, risultati e apprendimenti vengono considerati parti di un processo continuo, non solo momenti isolati da celebrare o giudicare. Le persone si abituano a vedere gli obiettivi come strumenti per orientare le proprie scelte e i propri investimenti di energia, più che come etichette da esibire. In un ambiente così, rendere partecipi gli altri dei propri progetti non è più un gesto eccezionale, ma una consuetudine: è normale dire dove si vuole andare e ascoltare dove vogliono andare gli altri, cercando connessioni, alleanze, possibilità di collaborazione. È in questa cornice che la motivazione diventa più robusta, perché non dipende solo dal singolo individuo, ma è alimentata da una rete di relazioni significative. Ezio Dau
Autore: Ezio Dau 18 agosto 2026
Il vero significato della creatività Quando pensiamo alla creatività, spesso la colleghiamo alle arti, all’innovazione tecnologica o a qualche lampo di genio riservato a pochi. In realtà, nel coaching la creatività è qualcosa di molto più quotidiano e concreto: è la capacità di prendere le distanze dalle proprie certezze e abitudini per cercare nuovi punti di vista e nuove soluzioni. È quel momento in cui una persona si rende conto che “ho sempre fatto così” non è una condanna, ma una descrizione provvisoria. Da lì in avanti, diventa possibile immaginare alternative. Nelle sessioni di coaching mi capita spesso di incontrare persone convinte che il loro problema sia “non avere abbastanza idee”. In realtà, dopo qualche dialogo emerge che le idee ci sarebbero, ma vengono scartate in automatico perché “non è da me”, “nel mio ambiente non si fa”, “in questa società non è possibile”. La creatività, allora, non è tanto inventarsi qualcosa di rivoluzionario, ma concedersi il permesso di esplorare piste che normalmente non verrebbero nemmeno prese in considerazione. È un movimento semplice e insieme radicale: fare un passo di lato rispetto alle proprie certezze per guardarsi con occhi diversi. Questo passaggio è fondamentale soprattutto in contesti molto strutturati, come lo sport o le organizzazioni, dove esistono procedure, routine, ruoli ben definiti. Lì la tentazione è forte: agire in automatico, ripetere ciò che ha funzionato in passato, applicare schemi conosciuti. Funziona finché il contesto resta stabile. Ma quando il mondo attorno cambia – nuove generazioni di atleti, nuovi scenari competitivi, nuove esigenze organizzative – quelle stesse certezze rischiano di diventare un freno alla crescita. La creatività entra in gioco esattamente qui: aiuta a vedere che ciò che abbiamo sempre dato per scontato può essere riletto, aggiornato, trasformato. Quando le certezze diventano gabbie invisibili Molte delle nostre certezze non sono solo idee, ma pezzi della nostra identità. “Sono fatto così”, “non sono creativo”, “non sono portata per parlare in pubblico”, “io funziono solo sotto pressione”. A forza di ripeterle, queste frasi diventano una sorta di etichetta che ci portiamo addosso. Hanno una funzione rassicurante, perché ci danno l’impressione di conoscerci e di sapere come andrà più o meno ogni situazione. Ma allo stesso tempo ci limitano: finiamo per cercare solo le conferme di ciò che già pensiamo di noi, e non vediamo più tutto il resto. Nel coaching, uno dei passaggi più importanti è proprio questo: iniziare a guardare queste certezze come ipotesi, non come verità assolute. Non si tratta di negarle o di fare finta che non esistano. Al contrario, si parte da lì: da dove arriva questa convinzione? In quali momenti ti è stata utile? In quali situazioni, invece, ti ha creato problemi? Questo tipo di esplorazione, se fatto in un clima di fiducia, ha un effetto sorprendente: ciò che prima appariva come un muro impenetrabile inizia a somigliare di più a una porta che, forse, può essere aperta o almeno socchiusa. Nel mondo sportivo questo fenomeno è molto evidente. Pensiamo a un atleta che ha sempre costruito il proprio valore sulla grinta e sulla forza fisica: può faticare ad accettare che, arrivato a un certo livello, servano anche lucidità tattica, capacità di gestire le emozioni, dialogo con i compagni. O a un allenatore abituato a esercitare un’autorità molto forte, che fatica a immaginare di poter guidare la squadra con uno stile più partecipativo, senza per questo perdere rispetto. O ancora a una società sportiva abituata a decidere “dall’alto”, che vive con sospetto ogni tentativo di coinvolgere maggiormente staff e atleti nelle scelte. In tutti questi casi, la creatività chiede un atto di coraggio: riconoscere che non siamo solo ciò che siamo stati finora, ma possiamo diventare qualcosa di più ampio. Il ruolo del coach: un alleato per guardare da fuori Perché una persona possa davvero distanziarsi dalle proprie certezze, ha bisogno di uno spazio sicuro in cui farlo. Qui entra in gioco il coach. Il suo compito non è dire alla persona quali certezze tenere e quali cambiare, ma accompagnarla a guardarsi “da fuori”, con uno sguardo curioso e non giudicante. In questo senso, il coaching è una forma di dialogo strutturato in cui il coach aiuta il cliente a vedere connessioni nuove, a nominare ciò che prima era confuso, a mettere parole su intuizioni ancora informi. A volte questo accade attraverso domande che spiazzano leggermente. Non domande complicate, ma domande che la persona da sola non si farebbe mai. Per esempio: “Quando hai deciso che sei fatto così?”, “Chi ti ha dato per primo questa definizione?”, “Ti è mai capitato di comportarti in modo diverso, anche solo per un attimo?”. Altre volte il coach utilizza metafore o immagini che permettono di guardare la situazione da un angolo nuovo: trasformare un problema in una storia, in un campo da gioco, in una mappa da ridisegnare. Non è un gioco di fantasia fine a sé stesso: è un modo concreto per spostarsi di qualche grado rispetto alla solita prospettiva. Nel lavoro con allenatori o responsabili di organizzazioni sportive, questo può significare analizzare insieme non solo “che cosa succede”, ma anche “come lo guardi”, “come lo racconti a te stesso”. Un allenatore potrebbe dire: “I miei atleti non ascoltano”. Il coach può accompagnarlo a esplorare che cosa si cela dietro questa frase: in quali momenti accade davvero, quando invece l’ascolto c’è, che tipo di messaggio trasmette lui in quelle situazioni, quali alternative comunicative non sono ancora state provate. In questo gioco di riflessione, possono emergere piccole grandi idee: cambiare il modo di dare feedback, introdurre momenti brevi di confronto con la squadra, sperimentare nuove modalità di allenamento. Sono piccole deviazioni rispetto alla routine, ma aprono strade nuove. Piccoli esperimenti: allenare la creatività nella vita reale Parlare di distanziarsi dalle certezze è stimolante, ma rischia di restare astratto se non viene tradotto in azioni concrete. Nella pratica del coaching, la creatività si allena soprattutto attraverso piccoli esperimenti di realtà. Non serve rivoluzionare tutto. Al contrario, è più efficace partire da passi limitati, osservabili, che permettano di raccogliere informazioni e imparare lungo il percorso. Un esperimento può essere molto semplice: modificare consapevolmente una routine quotidiana, affrontare una riunione con un atteggiamento diverso, cambiare il modo in cui ci si prepara a una competizione, chiedere un feedback a una persona da cui solitamente non lo si chiederebbe. Sono cambiamenti che non mettono a rischio l’intera identità, ma permettono di testare varianti rispetto ai “soliti schemi”. Quello che conta non è tanto che l’esperimento “riesca”, ma ciò che si impara facendolo: come mi sono sentito, che cosa ha funzionato, che cosa ha resistito, quali reazioni inaspettate sono emerse. Un altro modo per allenare la creatività è lavorare sulle prospettive. Il coach può invitare la persona a guardare una situazione con gli occhi di qualcun altro: un collega, un atleta, un dirigente, un avversario, persino il “sé del futuro” che ha già superato quella difficoltà. Questo esercizio di immaginazione guidata aiuta a cogliere dettagli nuovi, bisogni non visti, timori nascosti. A volte è sufficiente immaginare di dover spiegare il proprio problema a un giovane atleta o a una persona esterna al contesto per scoprire che lo si racconta in modo diverso, e già questo genera nuove comprensioni. Nelle organizzazioni sportive, gli esperimenti creativi possono assumere la forma di brevi workshop, momenti di confronto tra staff, spazi in cui ci si concede di chiedere: “Come potremmo fare questa cosa in modo diverso?” senza l’obbligo immediato di trasformare tutto in un piano operativo. In questi contesti è importante chiarire fin dall’inizio che lo scopo non è cercare colpevoli o demolire ciò che esiste, ma esplorare alternative. Questo abbassa le difese e permette alle persone di lasciare spazio a idee che, in condizioni più rigide, resterebbero inespresse. Dal fare diverso al vedersi diverso Quando la creatività entra davvero nel modo di lavorare e di vivere, l’effetto più importante non è la singola soluzione innovativa, ma il cambiamento di sguardo su di sé. All’inizio, il focus è spesso sul “fare diverso”: modificare un comportamento, provare una strategia, cambiare un’abitudine. Con il tempo, però, succede qualcosa di più profondo: la persona inizia a vedersi come qualcuno che può continuamente imparare, aggiustare, ripensare. Non è più solo “quello che non è creativo”, “quella che è sempre stata timida”, ma qualcuno che può scegliere come posizionarsi di fronte alle situazioni. Questo passaggio ha ricadute importanti anche in termini di responsabilità. Se riconosco che posso guardare le cose da più punti di vista, diventa più difficile attribuire ogni blocco all’esterno: al contesto, alla società, agli altri. Non vuol dire colpevolizzarsi o pensare che “tutto dipende da me”, ma prendere atto che ho sempre un margine, anche minimo, di scelta nel modo in cui reagisco, nel linguaggio che uso, nelle domande che mi faccio. In questo senso, creatività e responsabilità crescono insieme. Alla fine, distanziarsi dalle proprie certezze e abitudini significa allenare una disposizione: la disponibilità a non considerare mai definitiva la propria mappa del mondo. Ogni volta che dentro di noi si affaccia un “sono fatto così” o “qui funziona solo in questo modo”, possiamo usarlo come campanello d’allarme. Invece di prenderlo come una sentenza, possiamo chiederci: “È davvero l’unico modo possibile? Che cosa succederebbe se provassi a spostarmi di un millimetro?”. La creatività, nel coaching e nella vita, nasce spesso proprio da questo millimetro di scarto: abbastanza piccolo da essere affrontabile, abbastanza grande da aprire nuove strade. Ezio Dau