Assertività: dire le cose come stanno senza rompere le relazioni
Quando “dire le cose” diventa complicato
Quante volte, in palestra o in riunione, ti sei ritrovato a pensare: “Questa cosa andrebbe detta… ma chi me lo fa fare?”. Succede agli allenatori con i dirigenti, agli atleti con l’allenatore, ai membri dello staff fra di loro. L’assertività nasce esattamente in quel punto in cui senti che qualcosa non ti torna, ma non vuoi né esplodere né ingoiare l’ennesimo rospo. È la capacità di dire la tua in modo chiaro e diretto, senza travolgere chi hai davanti e senza travolgerti di sensi di colpa dopo. Non si tratta di essere né “buoni” né “duri”: si tratta di trovare un modo adulto di stare nelle relazioni, tenendo insieme ciò che per te è importante e ciò che serve alla relazione per reggere. Nel mondo dello sport e delle organizzazioni questo tema è ovunque, anche quando non viene nominato. Dietro tanti malintesi, conflitti e raffreddamenti di rapporto, c’è spesso una cosa semplice che nessuno è riuscito a dire bene al momento giusto.
Autostima e determinazione: perché non basta “avere carattere”
Spesso l’assertività viene confusa con l’idea di “avere carattere”. Ma avere carattere, da solo, non basta. Conosci sicuramente qualcuno molto determinato, che sa benissimo cosa vuole e che però, quando parla, crea tensione, ferite o chiusure. Due ingredienti sono fondamentali. Il primo è l’autostima: sentire di avere il diritto di parlare, di occupare spazio, di portare il proprio punto di vista senza doversi giustificare in partenza. Il secondo è la determinazione: non mollare al primo sguardo di disapprovazione, alla prima critica o al silenzio dell’altro. Il punto è che autostima e determinazione, se non sono accompagnate da attenzione all’altro, si trasformano facilmente in rigidità, giudizio o tono da tribunale. L’assertività è quel passo in più: mantenere il proprio punto ricordando che di fronte non c’è un avversario da battere, ma un alleato – magari momentaneamente difficile – con cui costruire qualcosa. Nel lavoro di coaching emergono spesso frasi come: “Se parlo, poi mi faccio nemici” oppure “Se dico no, passo per quello che non collabora”. L’assertività prova a rispondere proprio a questa paura, non chiedendo di diventare eroi, ma aiutando a scegliere parole e tempi che rendano sostenibile l’esposizione.
Rispetto non è “non dire niente”
C’è un equivoco molto diffuso: credere che rispettare l’altro significhi evitare i conflitti e tacere ciò che disturba. Quante volte abbiamo sentito dire: “Per rispetto, non gli ho detto niente”? In realtà, a lungo andare, questo “per rispetto” ha un costo altissimo. Le cose non dette si accumulano, il fastidio cresce e, quando finalmente esplode, è spesso fuori misura rispetto al fatto scatenante. Oppure, semplicemente, la relazione si svuota: si continua a lavorare insieme, ma in automatico, senza più fiducia reale. L’assertività va in un’altra direzione. Il rispetto significa parlare in modo da non distruggere chi hai davanti, ma non significa evitare di toccare i punti delicati. È il coraggio di dire: “Su questo non sono d’accordo”, “Questa scelta ha un impatto su di me”, “Ho bisogno di maggior chiarezza”, cercando una soluzione insieme. Nel concreto, valorizzare l’altro vuol dire anche riconoscere i suoi vincoli di ruolo. Un allenatore può dire a un dirigente: “Capisco che hai pressioni sulla classifica. Allo stesso tempo, ho bisogno di coerenza sulle regole del gruppo, altrimenti perdo credibilità con la squadra”. In questo modo non c’è lite né vittimismo: c’è qualcuno che si posiziona con rispetto, senza scomparire.
Tre scene di spogliatoio (che forse hai già visto)
Immagina tre situazioni molto comuni. Nella prima scena, un’atleta sente che il suo spazio in squadra è confuso. Gioca poco, cambia ruolo ogni settimana, i messaggi che riceve sono contraddittori. Dentro si accumulano frustrazione e dubbi: “Forse non valgo abbastanza”. Non dice nulla. Sorride, fa il suo, ma piano piano perde energia, si stacca dal gruppo e magari comincia a cercare un’altra squadra in silenzio. Qui l’assertività non c’è: c’è adattamento, ma al prezzo di sé stessa. Nella seconda scena, un allenatore è stanco di ritardi, cellulari in spogliatoio, scarso impegno. Non affronta il problema subito; aspetta. Accumula. Poi, dopo una sconfitta, esplode con un discorso duro, generalizzato e umiliante. Per qualche giorno tutti stanno zitti, ma sotto la cenere restano rabbia e distanza. Anche qui l’assertività non c’è: prima passività, poi aggressività. Nella terza scena, il capitano non condivide una scelta tattica. Non ne parla davanti al gruppo, non fa battute in panchina. Chiede un confronto privato, spiega il proprio punto di vista, ascolta le motivazioni dell’allenatore, propone un’alternativa e accetta che la decisione finale non sia sua. Ha avuto spazio per esprimersi, ha rispettato il ruolo dell’altro e non ha rinunciato al proprio. Questo è un esempio concreto di comportamento assertivo. In tutte queste scene non c’è nulla di astratto: sono situazioni che chi lavora nello sport vede ogni settimana. Cambia moltissimo non tanto “cosa” si dice, ma “quando” e “come” lo si dice. L’assertività si gioca lì, nei dettagli.
Come si allena davvero l’assertività
La domanda naturale è: “Come si impara a fare tutto questo?”. La risposta è simile a quella che daresti per qualsiasi competenza sportiva: serve allenamento, non solo teoria. Un primo passo è abituarsi a riconoscere le proprie emozioni prima di parlare o di tacere. Chiedersi: “Che cosa sto provando davvero?” o “Che cosa sto evitando di dire?” può già cambiare il modo in cui affronti una situazione. Se ti accorgi che stai per parlare solo per scaricare rabbia, puoi fermarti e rimandare. Se ti accorgi che stai zittendo qualcosa di importante per paura del giudizio, puoi decidere di dargli uno spazio, magari in un momento più adatto. Un secondo passo è lavorare su alcune piccole tecniche comunicative. Puoi cominciare a usare frasi in prima persona come “io vedo”, “io sento”, “per me è importante che…”, invece di partire con “tu non fai mai…”. Puoi allenarti a distinguere tra fatti osservabili, come un orario di arrivo o un comportamento specifico, e interpretazioni sulla persona. Puoi trasformare l’accusa in richiesta, ad esempio passando da “sei sempre in ritardo, non ti importa della squadra” a “ho bisogno che tu arrivi in orario o che mi avvisi se ritardi, perché altrimenti faccio fatica a gestire il gruppo”. Un terzo passo riguarda il contesto. Le conversazioni assertive hanno bisogno di spazi che le rendano possibili: riunioni di staff in cui non si parla solo di tattica ma anche di come si sta lavorando insieme; debriefing dopo le partite, non solo per analizzare errori tecnici ma anche dinamiche di comunicazione; momenti periodici di confronto tra dirigenti e allenatori in cui sia legittimo portare punti critici. L’assertività non nasce solo dal coraggio del singolo, ma anche dall’ambiente che autorizza o blocca certe parole. Infine, c’è la dimensione della supervisione e del coaching. Avere un luogo sicuro dove portare i propri dubbi, le situazioni conflittuali, i “non detti”, permette di fare prove, esplorare linguaggi diversi, rileggere gli episodi con meno emotività e più lucidità. Con il tempo, questo lavoro si traduce in un modo più stabile di stare nelle relazioni: meno scatti, meno silenzi, più chiarezza. In pratica, l’assertività è un allenamento continuo a stare in un punto non facile: quello in cui non ti nascondi e non travolgi l’altro. Proprio lì, in quello spazio in mezzo, si gioca spesso la qualità di una squadra, di uno staff e, più in generale, di un’intera organizzazione sportiva.
Ezio Dau







