Leadership sostenibile: ripensare il lavoro tra benessere, responsabilità e risultati

Ezio Dau

Organizzazioni in affanno: stress diffuso e fragilità emotiva

Il mondo del lavoro contemporaneo sta attraversando una fase critica, caratterizzata da un aumento significativo di stress, esaurimento psicofisico e disimpegno. Il report State of the Heart 2024 di Six Seconds offre una fotografia chiara e preoccupante: dopo la pandemia, non solo il benessere delle persone è peggiorato, ma si è registrato anche un calo delle competenze emotive nei contesti organizzativi. Questo dato è particolarmente rilevante, perché la capacità di comprendere e gestire le emozioni è una risorsa fondamentale per la collaborazione, la leadership e la gestione della complessità. Le organizzazioni si trovano oggi ad operare in ambienti sempre più instabili, veloci e competitivi. In questo scenario, le persone sono chiamate a sostenere ritmi elevati, spesso senza disporre di strumenti adeguati per gestire le proprie energie mentali ed emotive. Il risultato è un senso diffuso di sovraccarico, che si traduce in perdita di motivazione, calo della qualità del lavoro e aumento del turnover. Non si tratta solo di una questione individuale, ma di un fenomeno sistemico. Quando l’esaurimento diventa una condizione diffusa, l’intera organizzazione ne risente: diminuisce la capacità di innovare, si indeboliscono le relazioni e si crea un clima di sfiducia. In questo contesto, il ruolo della leadership diventa cruciale. Non basta più guidare verso obiettivi di performance: è necessario prendersi cura del “cuore” delle organizzazioni, ovvero delle persone e delle loro energie.


Il tempo che accelera: complessità crescente e gestione delle energie

Uno degli elementi più evidenti nel contesto attuale è l’accelerazione costante dei ritmi di lavoro. Responsabili e collaboratori percepiscono un senso di urgenza permanente, come se il tempo scorresse più velocemente rispetto al passato. Questa sensazione è legata alla crescente complessità dei mercati e alla competizione globale. Oggi le organizzazioni non competono più solo a livello locale o nazionale, ma su scala internazionale. A questo si aggiungono le continue innovazioni tecnologiche, le nuove modalità di comunicazione e la necessità di adattarsi rapidamente ai cambiamenti. In questo scenario, emerge una dinamica critica: per ottenere gli stessi risultati, è richiesto uno sforzo maggiore rispetto al passato. Questa pressione ha un impatto diretto sulla leadership. I responsabili si trovano spesso a gestire molteplici responsabilità, con il rischio di disperdere le proprie energie e perdere lucidità. L’idea di poter “fare tutto” diventa una trappola che porta a sovraccarico e inefficacia. La leadership sostenibile richiede quindi un cambio di prospettiva: non si tratta di fare di più, ma di utilizzare meglio le proprie risorse. La gestione delle energie diventa una competenza centrale. Significa saper riconoscere i propri limiti, creare spazi di recupero e sviluppare una maggiore consapevolezza rispetto a come si investono tempo ed energie. Un esempio concreto: un responsabile che prevede momenti di riflessione e pause rigenerative durante la settimana sarà più efficace nel lungo periodo rispetto a chi lavora in modo continuo senza interruzioni. La sostenibilità della leadership passa quindi dalla capacità di autoregolazione e presenza consapevole.

 

Dare senso al lavoro: il motore dell’impegno e della responsabilità

Un altro elemento fondamentale della leadership sostenibile è il significato attribuito al lavoro. Le persone non si limitano più a chiedersi “cosa devo fare?”, ma vogliono comprendere “perché lo faccio”. Quando questa dimensione manca, il lavoro perde valore e diventa un insieme di compiti da eseguire, spesso percepiti come imposti. In queste condizioni, i responsabili sono costretti a inseguire continuamente le attività, a sollecitare i collaboratori e a controllare i processi. Questo modello è intrinsecamente insostenibile, perché genera dipendenza e riduce l’autonomia delle persone. Al contrario, quando il senso del lavoro è chiaro e condiviso, si attiva un meccanismo completamente diverso. Le persone sviluppano un maggiore livello di responsabilità verso ciò che fanno, si sentono parte di un progetto più ampio e diventano protagoniste del proprio contributo. Questo aumenta non solo la produttività, ma anche la qualità delle relazioni e il coinvolgimento. Tuttavia, il significato non può essere ridotto a una dichiarazione formale. Deve essere autentico e integrato nelle pratiche quotidiane. Un’organizzazione che dichiara valori come collaborazione o sostenibilità, ma che poi agisce in modo incoerente, perde credibilità. Esperienze di trasformazione organizzativa mostrano che i valori diventano efficaci solo quando vengono tradotti in comportamenti concreti: nel modo di condurre le riunioni, nella gestione del tempo, nella capacità di ascoltare punti di vista diversi. Per un leader, questo significa lavorare non solo sulla comunicazione del senso, ma sulla sua applicazione quotidiana.



Oltre il profitto: nuovi criteri per valutare il successo

Un aspetto spesso trascurato della leadership sostenibile riguarda il modo in cui viene definito il successo. Per lungo tempo, il criterio dominante è stato quello economico: il risultato finanziario come principale indicatore di efficacia. Questo approccio, però, ha contribuito a creare le condizioni di stress e sovraccarico che oggi osserviamo. La ricerca continua della performance ha portato a considerare persone e ambiente come risorse da sfruttare, piuttosto che come elementi da valorizzare e tutelare. Negli ultimi anni sta emergendo una visione diversa, che integra dimensioni economiche, sociali e ambientali. In questo modello, il successo non è più misurato solo in termini di risultati economici, ma anche in base all’impatto generato sulle persone, sulle relazioni e sul contesto. Alcuni leader hanno già intrapreso questa direzione, adottando scelte significative, come ridurre i propri benefici economici per sostenere collaboratori e fornitori nei momenti di difficoltà. Queste decisioni contribuiscono a ridefinire le priorità e a costruire un modello di leadership più equilibrato. Per le organizzazioni sportive e formative, questo tema è particolarmente rilevante. Significa, ad esempio, promuovere il benessere degli atleti, investire nella crescita delle persone e adottare pratiche gestionali etiche. Ridefinire il successo implica anche sviluppare nuovi indicatori, capaci di misurare il clima organizzativo, la qualità delle relazioni e il valore sociale generato.

 

Decidere con consapevolezza: le tre prospettive della leadership sostenibile

Per sostenere questo cambiamento, è utile adottare un approccio che aiuti i responsabili a prendere decisioni più consapevoli. Un modello efficace è quello delle tre prospettive, che permettono di leggere le situazioni in modo più completo. La prima prospettiva riguarda ciò che sta accadendo nel presente: osservare i fatti, i comportamenti e le dinamiche organizzative in modo chiaro e senza distorsioni. È una capacità che richiede attenzione e ascolto. La seconda prospettiva riguarda la comprensione delle cause: perché accade ciò che osserviamo? Qui entra in gioco la capacità di analizzare le motivazioni, i valori e le dinamiche culturali che influenzano i comportamenti. La terza prospettiva, spesso trascurata, riguarda le conseguenze future: quali effetti avranno le decisioni che stiamo per prendere? Questo livello invita a considerare l’impatto nel tempo, sulle persone, sull’organizzazione e sull’ambiente. Un esempio può chiarire questo approccio. Di fronte a un calo dei risultati, un responsabile potrebbe essere tentato di aumentare la pressione sul gruppo. Tuttavia, analizzando le cause, potrebbe emergere una mancanza di motivazione o di chiarezza. Considerando le conseguenze, si potrebbe prevedere che un aumento della pressione porterebbe a ulteriore stress ed esaurimento, peggiorando la situazione. La leadership sostenibile richiede quindi una visione integrata, capace di tenere insieme presente, significato e futuro. Non è un percorso semplice, ma rappresenta una risposta necessaria alle sfide del nostro tempo. Significa ripensare il modo in cui si guida, si lavora e si valutano i risultati, mettendo al centro le persone e la qualità delle relazioni.


Ezio Dau

Autore: Ezio Dau 24 luglio 2026
Navigare nell’incertezza: il mito del controllo La vita, proprio come il mare aperto, è intrinsecamente imprevedibile. Anche con i piani più accurati, le variabili in gioco sono infinite e spesso sfuggono completamente alla nostra capacità di previsione. L’essere umano, tuttavia, ha una naturale inclinazione al controllo: desidera sicurezza, stabilità, prevedibilità. È un bisogno comprensibile, soprattutto in contesti complessi come quelli organizzativi, sportivi o educativi, dove la pressione per ottenere risultati può essere elevata e le conseguenze degli errori percepite come significative. Pianificare, analizzare, prevenire: tutte queste azioni hanno un valore importante e rappresentano competenze fondamentali. Eppure, quando il controllo diventa un fine in sé, rischia di trasformarsi in una trappola cognitiva ed emotiva. Questa tensione verso il controllo totale è, in fondo, un’illusione. Come suggerisce la metafora della navigazione, non possiamo governare l’oceano, né fermare il vento o evitare ogni tempesta. Possiamo però imparare a governare la nostra imbarcazione, a leggere i segnali, a regolare le vele, a scegliere come rispondere agli eventi. Michel de Montaigne lo esprime con chiarezza: “Nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa a quale porto approdare”. Questa affermazione ribalta il paradigma: il problema non è l’instabilità del contesto, ma l’assenza di direzione. Nel coaching contemporaneo, e in particolare nell’approccio dialogico di terza generazione, questo principio assume un valore centrale. Non si tratta di eliminare l’incertezza, ma di sviluppare una relazione più consapevole con essa, imparando a stare dentro la complessità senza esserne sopraffatti. L’attenzione si sposta dall’ambiente esterno, incontrollabile, alla dimensione interna, dove risiedono valori, intenzioni e significati. È qui che si gioca la vera partita: non nel tentativo di dominare il contesto, ma nella capacità di orientarsi al suo interno. Sicurezza o vitalità? Il paradosso dell’inseguimento della stabilità Proviamo ad introdurre un’idea provocatoria: il desiderio di sicurezza e il senso di insicurezza sono, in realtà, due facce della stessa medaglia. Più cerchiamo di trattenere il respiro, più rischiamo di perderlo. Questa immagine è potente, perché evidenzia come la ricerca ossessiva della stabilità possa trasformarsi in una forma di rigidità paralizzante. Più tentiamo di evitare l’incertezza, più diventiamo sensibili ad essa, più ne amplifichiamo la percezione. Nella vita quotidiana, questo si traduce spesso in comportamenti difensivi: evitare il rischio, restare nella zona di comfort, rimandare decisioni difficili, cercare conferme continue. Nei contesti sportivi o organizzativi, può emergere come paura del cambiamento, resistenza all’innovazione, eccessiva focalizzazione sul risultato immediato a scapito dello sviluppo a lungo termine o incapacità di tollerare l’errore come parte del processo. Ma una vita costruita esclusivamente sulla sicurezza è una vita impoverita. È una vita che riduce il movimento, limita l’apprendimento e soffoca la creatività. È una vita che, nel tentativo di eliminare il rischio, elimina anche molte delle condizioni che rendono l’esperienza umana significativa. Paradossalmente, nel tentativo di proteggerci, finiamo per esporci a una forma più sottile ma più profonda di insoddisfazione, fatta di stagnazione e perdita di senso. Lo scopo interviene proprio qui, come elemento trasformativo. Quando una persona è guidata da uno scopo significativo, la sicurezza perde centralità. Non perché diventi irrilevante, ma perché viene integrata in una visione più ampia. Il rischio diventa accettabile, l’incertezza diventa parte del percorso, e la difficoltà si trasforma in opportunità di crescita. In questo passaggio, la persona non rinuncia alla stabilità, ma smette di idolatrarla, recuperando spazio per la vitalità. Lo scopo come bussola interiore Senza uno scopo chiaro, la vita tende a frammentarsi in una serie di reazioni agli eventi. Si naviga “a vista”, rispondendo alle urgenze del momento senza una direzione coerente. Frasi come “voglio essere felice”, “voglio arrivare a fine giornata”, “voglio evitare che tutto crolli” diventano obiettivi generici, difficili da concretizzare e ancora più difficili da sostenere nel tempo, perché privi di radicamento nei valori personali. Lo scopo, invece, offre una struttura interpretativa. Non elimina le difficoltà, ma le colloca all’interno di un quadro di senso più ampio, rendendole comprensibili e, in molti casi, sostenibili. Quando una persona conosce i propri valori e ciò che conta davvero, sviluppa la capacità di distinguere tra ciò che è urgente e ciò che è importante, tra ciò che richiede una risposta immediata e ciò che merita un investimento nel tempo. Questo è un passaggio cruciale anche nei percorsi di coaching: aiutare il coachee a riconoscere quando le proprie reazioni sono allineate o disallineate con i propri valori, e a esplorare le implicazioni di queste scelte. In termini pratici, lo scopo agisce come una bussola. Non indica ogni dettaglio del percorso, non elimina gli ostacoli, ma orienta la direzione e sostiene la coerenza delle azioni. Permette di prendere decisioni più consapevoli, di affrontare le difficoltà con maggiore resilienza e di mantenere l’impegno anche quando il cammino diventa impegnativo o incerto. Un esempio concreto può essere quello di un atleta che attraversa un periodo di infortunio. Senza uno scopo chiaro, l’esperienza può essere vissuta come una frustrazione sterile, una sospensione forzata del proprio valore. Con uno scopo, ad esempio diventare un punto di riferimento per i compagni, sviluppare una maggiore consapevolezza del proprio corpo o rafforzare competenze mentali, l’infortunio diventa parte integrante del percorso di crescita, trasformandosi da ostacolo a opportunità. Dallo scopo alla comunità: il senso di appartenenza Uno degli aspetti più interessanti dello scopo è la sua capacità di andare oltre l’individuo. Quando una persona è orientata da un proposito autentico, tende naturalmente a connettersi con altri che condividono valori simili, generando legami che non sono soltanto funzionali, ma anche significativi. Questo crea comunità, non semplicemente gruppi. C’è una differenza sostanziale tra relazioni basate sul piacere o sull’utilità immediata e relazioni basate sul significato. Le prime possono essere gratificanti, ma spesso sono fragili, contingenti e facilmente sostituibili. Le seconde, invece, costruiscono un senso di appartenenza più profondo e duraturo, capace di resistere anche nelle fasi di difficoltà. Nel contesto delle organizzazioni sportive, questo è particolarmente evidente. Una squadra può essere un insieme di individui che condividono un obiettivo di performance, oppure può diventare una comunità coesa, unita da valori, da una visione comune e da un senso condiviso di responsabilità. Nel secondo caso, la motivazione è più stabile, la collaborazione più autentica e la resilienza collettiva più elevata. I conflitti, quando emergono, vengono affrontati come opportunità di crescita e non come minacce all’equilibrio. Lo scopo, quindi, non è solo una guida individuale, ma un collante sociale. Permette di costruire relazioni significative, di affrontare insieme le difficoltà e di mantenere un senso di direzione condiviso anche nei momenti di incertezza. Questo aspetto è centrale nei modelli di coaching di terza generazione, dove l’identità non è vista come qualcosa di isolato e statico, ma come qualcosa che si costruisce e si trasforma attraverso il dialogo e la relazione. Lo scopo emerge, si rafforza e si ridefinisce proprio all’interno di queste dinamiche relazionali, diventando un processo vivo e in continua evoluzione.  Dove si trova davvero la felicità? La domanda sulla felicità è antica quanto l’umanità stessa e continua a interrogare discipline diverse, dalla filosofia alla psicologia, fino alle scienze dell’organizzazione. Spesso viene concepita come una meta: qualcosa che si raggiungerà una volta superate le difficoltà, raggiunti gli obiettivi o ottenuta la stabilità desiderata. Ma questa visione rischia di essere fuorviante, perché sposta costantemente la felicità nel futuro, rendendola dipendente da condizioni che potrebbero non realizzarsi mai completamente. Alcuni autori suggeriscono che la nostra storia è fatta di ideali mai completamente realizzati, ma costantemente perseguiti. Questo implica che il valore non risiede tanto nel raggiungimento definitivo, quanto nel processo stesso, nel movimento verso qualcosa che consideriamo significativo. Ecco allora che la felicità cambia natura. Non è più un punto di arrivo, ma una qualità dell’esperienza vissuta nel presente. Non si trova necessariamente nei momenti di comfort o di assenza di problemi, ma spesso emerge proprio ai confini della nostra zona di sicurezza, quando affrontiamo una sfida, quando accettiamo il rischio, quando ci mettiamo in gioco in modo autentico. Evitare la difficoltà significa, in un certo senso, evitare una parte essenziale della vita. Vivere pienamente implica accettare il rischio, l’incertezza e anche l’insuccesso come componenti inevitabili del percorso. Significa spingersi verso il proprio limite, non per dimostrare qualcosa agli altri, ma per esplorare le proprie possibilità e costruire significato. In questo senso, la felicità non è separata dallo scopo. È una sua conseguenza naturale, una qualità emergente che si manifesta lungo il viaggio, nelle relazioni costruite, nelle sfide affrontate, nei significati scoperti. È parte dell’equipaggio, non il porto finale. Per chi opera nel coaching, nella formazione o nella gestione delle organizzazioni, questa prospettiva offre una chiave potente: non si tratta di “rendere le persone felici” in modo diretto, ma di aiutarle a trovare e vivere uno scopo che renda la loro esperienza significativa. La felicità, in molti casi, seguirà come esito, non come obiettivo. Ezio Dau
Autore: Ezio Dau 21 luglio 2026
Una confusione diffusa che costa opportunità Nel mondo delle risorse umane e dello sviluppo organizzativo, pochi temi generano tanta confusione quanto la distinzione tra Team Coaching e Group Coaching. Si tratta di una differenza apparentemente sottile, ma che in realtà ha implicazioni profonde sulla qualità degli interventi, sull’efficacia dei percorsi di sviluppo e, in ultima analisi, sui risultati di business. Molti HR Director e professionisti della formazione tendono a utilizzare questi due approcci in modo intercambiabile oppure scelgono l’uno o l’altro sulla base di criteri prevalentemente economici o organizzativi. Tuttavia, una scelta non consapevole può portare a perdere un’opportunità fondamentale, cioè quella di applicare il metodo più adeguato al contesto specifico. La distinzione non è soltanto terminologica, ma riguarda la natura del cliente, il tipo di obiettivi perseguiti, il livello di interdipendenza tra i partecipanti e l’impatto che si intende generare. Comprendere davvero questa differenza significa migliorare in modo significativo la qualità delle decisioni progettuali in ambito formativo e organizzativo. In un contesto sempre più complesso, in cui collaborazione, adattabilità e apprendimento continuo sono diventati elementi centrali, la capacità di scegliere consapevolmente tra Team Coaching e Group Coaching rappresenta una competenza strategica per chi si occupa di sviluppo delle persone e delle organizzazioni. Team Coaching: lavorare sul sistema squadra Il Team Coaching può essere definito come l’arte di facilitare e allo stesso tempo sfidare un team reale affinché riesca a massimizzare le proprie performance e il proprio benessere, mettendoli al servizio di obiettivi organizzativi significativi. Il punto chiave è proprio il concetto di team reale. Riprendendo la definizione di Katzenbach e Smith, un team è un piccolo gruppo di persone con competenze complementari che condividono uno scopo comune, obiettivi di performance e un approccio operativo, sentendosi reciprocamente responsabili dei risultati. Questo elemento della responsabilità condivisa introduce il tema dell’interdipendenza, che rappresenta il cuore del Team Coaching. In questo tipo di intervento, il cliente non è il singolo individuo, ma il team nel suo insieme, inteso come sistema complesso. Il lavoro coinvolge il team leader e tutti i membri, e si concentra su come il gruppo funziona nella sua totalità, andando oltre le prestazioni individuali per osservare dinamiche relazionali, processi decisionali, modalità comunicative e gestione degli stakeholder. Molto spesso i team non raggiungono livelli elevati di performance non per carenze tecniche, ma per difficoltà sistemiche. Può accadere che gli obiettivi siano poco chiari o non sufficientemente allineati alla strategia dell’organizzazione, oppure che i processi decisionali risultino inefficaci o superati. In altri casi emergono problemi nella comunicazione, nella gestione dei confronti o nella costruzione di routine di lavoro condivise. Ancora più frequentemente si riscontra una carenza di fiducia, che rende difficili le conversazioni complesse e genera un clima caratterizzato da tensione, stress o disagio. Il Team Coach interviene proprio su questi aspetti, accompagnando il team nello sviluppo di una maggiore consapevolezza dei propri schemi di funzionamento e stimolando i membri a utilizzare le proprie risorse per migliorare sia le relazioni sia le performance. Il suo ruolo non è quello di fornire soluzioni, ma di facilitare un processo evolutivo del sistema squadra. Group Coaching: apprendere insieme senza interdipendenza Il Group Coaching rappresenta un processo di facilitazione che valorizza le esperienze, le competenze e le prospettive di un gruppo di individui che possono anche non lavorare insieme. Ciò che accomuna i partecipanti non è un obiettivo operativo condiviso, ma un tema di sviluppo o una competenza che tutti desiderano approfondire. A differenza del Team Coaching, nel Group Coaching non esiste interdipendenza nei risultati. Ogni partecipante mantiene i propri obiettivi individuali, mentre il gruppo diventa uno spazio di apprendimento condiviso in cui le esperienze vengono portate, esplorate e rielaborate. Il valore del processo emerge dalla possibilità di confrontarsi con punti di vista diversi e di costruire nuove chiavi di lettura attraverso il dialogo. Questo approccio viene spesso utilizzato dalle organizzazioni come alternativa più sostenibile al coaching individuale, soprattutto quando si desidera raggiungere un numero elevato di persone mantenendo comunque un elevato livello di personalizzazione e profondità. È importante sottolineare che il Group Coaching si distingue nettamente dalla formazione tradizionale. Il coach non assume il ruolo di docente e non trasmette contenuti teorici in modo frontale. Al contrario, costruisce insieme al gruppo un contesto che favorisca il pensiero, la riflessione e l’apprendimento reciproco. In questo processo trovano spazio pratiche come il confronto su casi reali, il lavoro a coppie, la riflessione guidata e il dialogo tra pari, che consentono di trasformare l’esperienza in apprendimento significativo. In questa prospettiva, il Group Coaching si inserisce pienamente in un paradigma dialogico e costruttivista, in cui la conoscenza non viene trasferita ma co-costruita attraverso l’interazione. Quando usare l’uno o l’altro: criteri operativi La scelta tra Team Coaching e Group Coaching dovrebbe sempre partire da una chiara definizione dell’obiettivo dell’intervento. Quando l’intenzione è migliorare la performance collettiva di un team reale, il Team Coaching rappresenta l’approccio più efficace. Questo accade, ad esempio, quando un team ha bisogno di definire o ridefinire una visione condivisa, di allinearsi su una strategia, oppure di tradurre valori e mission in pratiche operative coerenti. È particolarmente utile anche nei momenti di cambiamento o di crisi, quando è necessario rafforzare il clima di fiducia, oppure quando entrano nuovi membri e diventa necessario rinegoziare il funzionamento del gruppo. Il Team Coaching risulta inoltre fondamentale quando emergono conflitti latenti che necessitano di essere portati alla luce e gestiti in modo costruttivo, oppure quando si devono affrontare iniziative complesse che richiedono un elevato livello di coordinamento e interdipendenza. Il Group Coaching, invece, è più adatto quando l’obiettivo riguarda lo sviluppo trasversale di competenze o mindset all’interno dell’organizzazione. Questo approccio è particolarmente efficace nel supportare cambiamenti culturali, nello sviluppare nuove competenze manageriali o nel consolidare apprendimenti acquisiti attraverso percorsi formativi più tradizionali. Inoltre, si rivela molto utile quando si vogliono mettere in connessione persone provenienti da contesti diversi ma accomunate da sfide simili, creando spazi di confronto e condivisione di pratiche. In questi casi, il valore non risiede nell’allineamento operativo, ma nella possibilità di apprendere dall’esperienza degli altri e di costruire nuove modalità di azione. Un esempio chiarisce bene la differenza. Se un’organizzazione desidera migliorare il funzionamento del proprio comitato direttivo, sarà opportuno intervenire con un percorso di Team Coaching. Se invece l’obiettivo è sviluppare le competenze di leadership di un gruppo di middle manager appartenenti a diverse funzioni, il Group Coaching rappresenterà la scelta più coerente. Il ruolo del coach e la qualità dell’intervento Un elemento spesso sottovalutato riguarda le competenze specifiche richieste al coach. Non è affatto scontato che un professionista esperto in Team Coaching sia altrettanto efficace nel Group Coaching, e viceversa. Le due pratiche richiedono infatti approcci, sensibilità e strumenti differenti. Nel Team Coaching è fondamentale la capacità di leggere il team come sistema, cogliendo dinamiche di potere, relazioni, ruoli e confini. Il coach deve saper intervenire su processi collettivi complessi, facilitando conversazioni che possono essere anche difficili ma necessarie per l’evoluzione del gruppo. Nel Group Coaching, invece, la competenza chiave riguarda la facilitazione dell’apprendimento tra pari. Il coach deve essere in grado di creare un ambiente sicuro e generativo, in cui le persone possano esprimersi liberamente, riflettere e apprendere dalle esperienze reciproche. Per questo motivo, è fondamentale che le funzioni HR valutino con attenzione il profilo del coach prima di avviare un intervento. Comprendere il suo approccio, le sue esperienze pregresse e il modo in cui differenzia Team Coaching e Group Coaching consente di evitare errori progettuali e di aumentare significativamente l’efficacia dell’intervento. Il successo di un percorso di coaching non dipende da un singolo fattore, ma dall’allineamento tra diversi elementi: il target a cui è rivolto, gli obiettivi che si intendono raggiungere, l’approccio metodologico adottato e le competenze del coach. Quando questi elementi sono coerenti, il coaching diventa uno strumento potente di trasformazione organizzativa; quando invece non lo sono, anche gli interventi più strutturati rischiano di non produrre i risultati attesi. Comprendere fino in fondo la differenza tra Team Coaching e Group Coaching non è quindi solo un esercizio teorico, ma una leva concreta per progettare interventi più efficaci, mirati e sostenibili nel tempo. Ezio Dau 
Autore: Ezio Dau 14 luglio 2026
La falsa sicurezza delle competenze Quando un’organizzazione avvia un processo di selezione, tende a muoversi lungo binari ben definiti: analisi del curriculum, verifica delle esperienze, confronto con la descrizione del ruolo, valutazione delle competenze tecniche. È un approccio consolidato, rassicurante, apparentemente oggettivo, che consente di prendere decisioni rapide e difendibili anche sul piano formale. Questo modello funziona perché semplifica la complessità. Trasforma la scelta di una persona in una verifica di requisiti: se le competenze corrispondono, allora la decisione sembra giusta. In contesti organizzativi sempre più esposti a vincoli di tempo e pressione sui risultati, questa semplificazione diventa quasi inevitabile. Tuttavia, proprio questa apparente solidità rappresenta anche il limite più grande. Le organizzazioni non sono sistemi lineari, e le persone non sono insiemi di competenze isolabili. Sono sistemi relazionali, dinamici, influenzati da contesti, aspettative, significati e interazioni continue. Quando si riduce il processo di selezione a una corrispondenza tecnica, si ignora tutto ciò che rende un inserimento realmente efficace o, al contrario, destinato a fallire. Si perde di vista il fatto che lavorare non significa solo “saper fare”, ma anche “come si sta” dentro un sistema. È per questo che molte scelte che sembrano corrette sulla carta si rivelano fragili nella realtà. Dopo pochi mesi emergono tensioni, difficoltà relazionali, perdita di motivazione, incomprensioni sulle priorità o sul modo di lavorare. E il dubbio resta sempre lo stesso: dove abbiamo sbagliato? La risposta, spesso, è che non si è davvero sbagliato nella valutazione tecnica. Si è semplicemente guardato troppo poco oltre, trascurando dimensioni meno visibili ma decisamente più determinanti nel medio-lungo periodo. La compatibilità con il ruolo: necessaria, ma insufficiente Il primo livello di valutazione è quello più evidente: la compatibilità tra persona e ruolo. È qui che si concentra la maggior parte degli sforzi di selezione e delle energie delle funzioni risorse umane e dei responsabili. Competenze, esperienze, capacità operative: tutto ciò che permette di stabilire se una persona è in grado di svolgere le attività previste. È una dimensione imprescindibile, perché nessun inserimento può funzionare senza una base tecnica adeguata. In assenza di questa compatibilità, ogni altra valutazione perde di senso. Ma è anche una dimensione che, da sola, non basta. Ed è qui che si annida uno degli equivoci più diffusi nei processi di selezione. Essere perfettamente in linea con una descrizione del ruolo non garantisce né l’efficacia né la durata della collaborazione. La descrizione del ruolo, infatti, rappresenta una fotografia statica, mentre il lavoro reale è fatto di adattamenti continui, relazioni, imprevisti e negoziazioni. Molte delle difficoltà che emergono nei primi mesi non hanno nulla a che fare con la competenza tecnica, ma con fattori molto più sottili: il modo in cui si interpretano le priorità, la gestione delle aspettative implicite, la capacità di leggere il contesto. È il caso, ad esempio, di professionisti altamente qualificati che non riescono a trovare il proprio spazio, che si disallineano rapidamente dal contesto o che decidono di lasciare nonostante le premesse iniziali fossero eccellenti. In questi casi, il problema non è “saper fare”, ma “come e dove farlo”. Il punto, quindi, non è ridimensionare l’importanza della compatibilità con il ruolo, ma riconoscerne il perimetro: è una condizione di ingresso, non una garanzia di successo. Fermarsi a questo livello significa fermarsi troppo presto. Il rapporto con il responsabile: la leva che accelera o blocca Una delle dimensioni più sottovalutate nei processi di selezione è la compatibilità tra la persona e il proprio responsabile diretto. Eppure, è proprio questa relazione a incidere in modo determinante sull’esperienza lavorativa quotidiana e sulla possibilità di esprimere valore. Non si tratta di simpatia o di affinità personale, ma di allineamento nei modi di lavorare, comunicare e prendere decisioni. È una questione di aspettative reciproche, spesso non dette, ma sempre presenti. Ogni responsabile esprime, in modo più o meno consapevole, uno stile: c’è chi definisce in modo preciso compiti e tempi, chi preferisce lasciare autonomia, chi controlla frequentemente, chi interviene solo in caso di necessità. Allo stesso tempo, ogni persona ha bisogni specifici: c’è chi lavora meglio con indicazioni chiare e frequenti, chi ha bisogno di spazio decisionale, chi cerca confronto continuo e chi preferisce indipendenza. Quando questi elementi si incontrano in modo coerente, si crea un contesto che facilita la performance, l’apprendimento e il coinvolgimento. Quando invece entrano in attrito, si genera fatica, incomprensione e, nel tempo, disallineamento. Un ambiente troppo direttivo può comprimere l’iniziativa di chi è abituato a lavorare in autonomia, portando a frustrazione e progressivo disimpegno. Al contrario, una leadership troppo distante può generare incertezza e insicurezza in chi ha bisogno di guida e struttura. Queste dinamiche non emergono immediatamente nei colloqui tradizionali, perché raramente vengono esplorate in modo esplicito. Eppure, sono tra le principali cause di insuccesso degli inserimenti. Trascurare questa dimensione significa lasciare una variabile cruciale completamente scoperta, affidandosi al caso. E nel lavoro quotidiano, il caso raramente produce risultati sostenibili. Il mandato reale del ruolo: ciò che raramente viene esplicitato Esiste poi una dimensione ancora meno visibile, ma estremamente concreta: la natura del mandato associato al ruolo. È ciò che il ruolo è chiamato a fare davvero in quel preciso momento, al di là della descrizione formale. Spesso si dà per scontato che una posizione sia definita dalla sua descrizione del ruolo. In realtà, ciò che cambia davvero è il contesto in cui quella posizione si inserisce: fase di sviluppo dell’organizzazione, situazione del team, obiettivi strategici, eventuali criticità in corso. Un ruolo può richiedere stabilità, continuità, capacità di mantenere risultati nel tempo e presidiare processi già consolidati. Oppure può richiedere discontinuità, cambiamento, capacità di rimettere in discussione ciò che esiste e guidare trasformazioni anche complesse. Questi due scenari implicano approcci profondamente diversi. Non si tratta solo di competenze tecniche, ma di mentalità, atteggiamento verso il rischio, capacità di lavorare nell’incertezza, energia nel gestire resistenze. Una persona eccellente nel mantenere equilibrio e continuità potrebbe trovarsi in forte difficoltà in un contesto che richiede rottura e innovazione. Allo stesso modo, un profilo orientato al cambiamento potrebbe risultare inefficace in un ruolo che richiede disciplina, precisione e stabilità. Il problema è che questo mandato raramente viene chiarito in modo esplicito prima della selezione. Si cerca “la persona migliore” in senso astratto, senza definire quale tipo di contributo sia realmente necessario in quel momento. Il risultato è una scelta costruita su presupposti incompleti. E quando il mandato emerge solo dopo l’inserimento, può essere troppo tardi per riallineare aspettative, generando frustrazione sia nella persona sia nell’organizzazione.  La cultura organizzativa: il fattore che decide nel lungo periodo Infine, c’è la dimensione più profonda e spesso più trascurata: la compatibilità con la cultura dell’organizzazione. È un elemento meno visibile, ma decisivo nel determinare la qualità e la durata della collaborazione. La cultura non è ciò che viene dichiarato nei documenti ufficiali o nei valori esposti. È ciò che accade ogni giorno: nei comportamenti, nelle decisioni, nelle relazioni. È fatta di regole implicite, di abitudini, di ciò che viene premiato e di ciò che viene evitato. È il clima che si respira, più che le parole che si leggono. Una persona può essere competente, allineata al ruolo, in sintonia con il proprio responsabile e adatta al mandato. Ma se non si riconosce nel modo di funzionare dell’organizzazione, difficilmente riuscirà a esprimere il proprio valore nel tempo. Le differenze culturali possono essere sottili ma decisive: il modo in cui si gestisce l’errore, il grado di formalità, la velocità con cui si prendono decisioni, il livello di collaborazione o competizione interna, il rapporto con l’autorità. Queste differenze, se non riconosciute, generano attrito continuo. Non necessariamente conflitti espliciti, ma un consumo progressivo di energia che porta ad un calo del coinvolgimento, perdita di efficacia e, spesso, all’uscita dall’organizzazione. Non si tratta di cercare uniformità o di selezionare persone tutte uguali. Al contrario, la diversità è un valore. Ma perché la diversità sia una risorsa, deve esistere uno spazio minimo di compatibilità che consenta integrazione reciproca. Considerare la cultura significa fare un passo in più verso una selezione più consapevole. Significa riconoscere che scegliere una persona non è solo una questione di capacità, ma di contesto, relazioni e significati condivisi. Ed è proprio in questo spazio che si gioca la differenza tra un inserimento che funziona e uno che, lentamente, si spegne. Ezio Dau